IL TESTIMONE
19 gennaio 2014, II domenica del tempo ordinario A
(Is 49,3.5-6; Sl 39/40,2.4.7-10; 1 Cor 1,1-3; Gv 1,29-34)

“Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29)

“Tu, chi sei?”, chiesero a Giovanni i sacerdoti e i leviti giunti da Gerusalemme.
È il primo dialogo del quarto evangelo.
E inizia con una domanda.

Nel quarto evangelo Giovanni non è colui che battezza, ma il testimone.
Così è presentato fin dall’inizio, nel prologo.
Il “testimone della luce” inviato per indicare a un mondo immerso nelle tenebre la presenza di Colui che era la luce (Gv 1,6-8).

“Questa è la testimonianza di Giovanni quando i Giudei gli mandarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti per domandargli: «Tu, chi sei?»” (Gv 1,19).

La domanda è la chiave d’ingresso che apre al lettore il mistero del quarto evangelo.
Domanda che apre il libro e troverà una risposta sorprendente solo alla fine.

“Tu, chi sei?” chiesero dunque a Giovanni.
E Giovanni rispose ripetendo per due volte chi non era.
“Non sono il Cristo, non sono Elia”.
Poi, vista l’insistenza dei suoi interlocutori, rivelò la sua identità.

“Io sono voce di uno che grida nel deserto: raddrizzate la via del Signore” (Gv 1,20-23).

Il testimone è una voce.
Come a dire che non è niente senza la parola che deve annunciare.
Solo una voce prestata a una parola non sua.
Giovanni è l’ultimo dei profeti, il testimone del compimento. Non poteva confondersi perché Dio gli aveva “aperto l’orecchio”, com’è scritto nel salmo 40.
Giovanni era un uomo penetrato dalla parola.

“Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”.

Nella lingua aramaica parlata al tempo di Gesù con lo stesso termine – talià – s’indicava sia l’agnello sia il servo.
Giovanni vide in Gesù l’agnello-servo di Dio annunciato dal profeta Isaia, inviato non solo “per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele, ma per essere luce delle nazioni e portare la salvezza fino all’estremità della terra”.

Il giorno dopo, il terzo della prima settimana evangelica, Giovanni confermò la testimonianza di fronte ai suoi discepoli: “Ecco l’Agnello di Dio”.
E due di loro lo lasciarono per seguire Gesù, per vedere dove abitasse (Gv 1,35-38).
In seguito alcuni discepoli di Giovanni cominciarono a lamentarsi perché molti se ne andavano per unirsi a Gesù. Giovanni non cercò di giustificarsi, ma convalidò la sua testimonianza con parole di una bellezza commovente.

Disse: “Io sono l’amico dello sposo, che gli sta vicino e l’ascolta,
pieno di gioia per la voce dello sposo. E questa gioia, che è la mia, ora è perfetta.
Egli deve crescere, io invece diminuire” (Gv 3,28-30).

Così Giovanni portò a termine il suo compito.
Diminuì perché il Cristo potesse crescere.

Ma la sua opera era solo all’inizio.
Un altro raccolse il testimone. Un discepolo cui la tradizione assegna lo stesso nome, ma che nel quarto evangelo non ha un nome.
Il Discepolo Amato appare all’improvviso durante la cena pasquale (Gv 13,23).
E insieme, Giovanni prima e il Discepolo Amato poi, risposero alla domanda iniziale.
Insieme mostrarono chi è il discepolo-testimone di Gesù.

All’inizio dell’evangelo Giovanni, con la sua voce, aveva indicato l’Agnello di Dio
Alla fine troviamo il Discepolo Amato che stava sotto la croce, di fronte all’Agnello di Dio.
Le parole non erano più necessarie. Innalzato sulla croce, tutti potevano vederlo, anche se solo gli occhi della fede potevano riconoscerlo.
Era venerdì sette aprile dell’anno trenta, vigilia di pasqua.
Alle tre del pomeriggio l’Agnello di Dio consegnò lo spirito.
In quella stessa ora, al tempio, i sacerdoti stavano sgozzando gli agnelli per la pasqua.
“Sacrificio e offerta non gradisci, non hai chiesto olocausto e sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: Ecco io vengo o Dio per fare la tua volontà”
.
Il Discepolo Amato pensò alle parole del Salmo 40 e ai canti del Servo del Signore nel libro del profeta Isaia.
“Ecco l’Agnello di Dio”, aveva detto Giovanni all’inizio.
“Ecco l’Agnello di Dio”, ripeteva in silenzio il Discepolo Amato sotto la croce.
E una gioia profonda, inspiegabile, riempì il suo cuore ferito (Gv 19,25-30).

Qualche tempo dopo, sulla barca che quasi affondava tra le acque del lago di Tiberiade per una pesca sorprendente e inaspettata, il Discepolo Amato rivelò ai suoi amici l’identità dell’uomo che li aspettava sulla riva accanto al fuoco.
“E’ il Signore”, disse (Gv 21,7).
Le uniche parole pronunciate dal Discepolo Amato nel quarto evangelo, se si esclude la domanda sull’identità del traditore.
“Chi sei tu?”, avevano chiesto a Giovanni all’inizio.
“È il Signore”, è la risposta alla domanda.
Una riposta grammaticalmente scorretta che rivela una verità semplice e profonda.
Il discepolo non è niente finché non distoglie lo sguardo da sé per indicare il suo Signore.

Tra il 1512 e il 1515 Mathias Grünewald dipinse un polittico per l’altare del monastero antoniano di Issenheim. L’opera ora è collocata nel Museo d’Unterlinden a Colmar, in Alsazia. Nella tavola della crocifissione sulla destra è ritratto Giovanni Battista.
In piedi, diritto, con l’indice della mano destra indica L’Agnello di Dio.
Un dito lunghissimo puntato verso il corpo scandalosamente sfigurato di Gesù.
C’è una sicurezza incrollabile in quel gesto e una speranza difficile, folle e ostinata.
Sopra il suo braccio sono riportate le parole: “Lui deve crescere e io diminuire”.
Ai piedi di Giovanni, sotto la croce, un agnellino pieno di vita solleva il muso verso Gesù mentre un filo di sangue gli zampilla dal collo, come una sorgente.