RISPONDERE
8 dicembre 2019, IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA
(Gen 3,9-15.20; SI 98/97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

 

Dove sei? (Gen 3,9)

 

Il Signore Dio iniziò a dialogare con l’uomo e la donna solo dopo la loro disobbedienza.
Prima c’era il discorso indiretto, in terza persona, dopo diventa diretto, in seconda.
Egli diventa tu.
Dove sei?
Così inizia il primo dialogo biblico, con una domanda.
Se non conoscessimo la storia verrebbe da pensare che sia l’uomo che chiede a Dio dove si sia cacciato. Invece è la voce di Dio che risuona nel giardino diventato improvvisamente vuoto e silenzioso, perché l’uomo e la donna non sono dove dovrebbero essere.

 

La domanda ha inquietato i maestri fin dall’inizio.
Com’è possibile che il Creatore dell’Universo, onnisciente e onnipresente, non sappia dove siano le sue creature?

 

Il Targum, che parafrasa e amplifica il testo biblico, nel tentativo di difendere l’onore del Santo Benedetto, rende retorica la prima domanda biblica aggiungendone altre due.
Ecco, tutto il mondo che ho creato è manifesto davanti a me, e tu pensi che non sia manifesto il luogo dove stai? Dov’è piuttosto il precetto che ti ho comandato?

 

Nel versante opposto, l’esegesi moderna è affascinata dall’idea di un Dio così umano da non sapere tutto delle sue creature.

 

Tra queste due posizioni estreme, quella di Rashi e dei maestri medievali sembra più corretta e fedele al testo biblico.
Il Signore Dio chiamò Adamo e gli disse: Dove sei?
Come potrebbe il Signore Dio - si chiede Rashi, il più grande dei maestri - chiamare e dire qualcosa all’uomo se non l’avesse davanti, fosse pure nascosto dietro un cespuglio.
Dio sapeva dov’era l’uomo, ma lo chiamò per entrare in conversazione con lui affinché non fosse confuso nel rispondere, se Egli avesse dovuto bruscamente annunciargli la punizione. Allo stesso modo, interrogò Caino sulla sorte del fratello pur sapendo benissimo dove fosse (Gen 4,9).

 

Dio sa dov’è Adamo, ma il problema è che Adamo non sa più dov’è, s’è smarrito.
Lo scopo della domanda divina non è inquisitorio ma terapeutico e liberatorio.
Il Signore interroga Adamo e sua moglie anzitutto perché escano allo scoperto e prendano coscienza di ciò che hanno fatto.
Poi per liberarli dal peso della paura e della vergogna, sentimenti che non conoscevano e con i quali dovranno abituarsi a convivere cercando di non lasciarsi sopraffare.
E infine perché rinnovino la loro fiducia in Colui che li ha creati e che, qualunque cosa accada, rimarrà sempre un loro fedele alleato, alla faccia delle parole astute e ingannevoli del serpente (Gen 3,4-5).
Solo al serpente il Signore riserva la maledizione.
Per la più astuta delle creature nessuna domanda, ma una condanna senza appello.
Adamo e sua moglie invece, là dove sono e come sono, nudi e colpevoli, possono stare davanti a Dio senza temere e senza vergognarsi. L’uomo ha voluto nascondersi ma non ha potuto impedire a Dio di continuare a cercarlo, smontando pazientemente, pezzo per pezzo, anno dopo anno, giorno dopo giorno il meccanismo complesso e infantile del suo nascondimento.
Solo nel momento in cui l’uomo si lascia interpellare da Dio ha inizio, secondo Martin Buber, il cammino dell’uomo, vale a dire una vita intesa come cammino e non come nascondimento, come sguardo in avanti e non come regressione all’indietro, come proiezione verso il futuro che Dio ci prepara e non come nostalgia di un paradiso perduto.
(Martin Buber, Il cammino dell’uomo)

 

Le porte del paradiso si chiusero alle spalle dell’uomo e la donna (Gen 3,24) ma nemmeno per un istante, se così si può dire, Dio pensò di abbandonare al loro destino coloro che aveva creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26). Procurò per loro tuniche di pelle (Gen 3,21) e iniziò a tessere la trama di una storia di alleanza che duemila anni fa portò un angelo dentro l’abitazione di una sconosciuta ragazza di Nazareth, un altrettanto sconosciuto villaggio della Galilea.

 

Il messaggero divino si chiamava Gabriele, nome che significa Forza di Dio, e si rivolse a Maria chiamandola Piena di Grazia. La ragazza fu molto turbata dalle parole dell’angelo ma non si nascose. Il suo turbamento non ha che fare con la paura o la vergogna, ma piuttosto con quel timore del Signore che è principio della sapienza (Sl 111,10; Prv 1,7).
Maria dialoga con Gabriele, chiede spiegazioni, solleva obiezioni.
Lottò con l’angelo, come Giacobbe nel guado dello Jabbok (Gen 32,25).
Ciò che la turbava non era che un messaggero celeste parlasse con lei, ma che Dio avesse rivolto il suo sguardo all’umiltà della sua serva, che l’Onnipotente potesse fare per lei grandi cose (Lc 1,48-49).
Alla fine Maria rispose come avevano risposto alla chiamata Abramo, Mosè e i grandi profeti di Israele, prima di lei.
Eccomi! Parola decisiva e definitiva, come decisiva e definitiva è la volontà di Dio che il mondo sia salvato.

 

Dove sei? – aveva chiesto il Signore ad Adamo.
A Dio che lo cercava Adamo aveva risposto: Ho avuto paura e mi sono nascosto.
Dio sa dove ci nascondiamo per paura o per vergogna e per questo non smette di chiederlo.
La risposta alla domanda è una parola semplice da ripetere con fiducia dentro le nostre vite complicate.
Eccomi! – disse Maria all’angelo.
In quell’istante lo Spirito scese su di lei e la potenza dell’Altissimo la coprì con la sua ombra e concepì il Figlio di Dio.
Eva fu la madre di tutti i viventi.
Con il suo Maria divenne la madre di tutti i credenti.

 

All’inizio non sta l’azione umana. All’inizio sta l’eterna attesa di Dio. Vi è un grido che risuona eternamente nel mondo: Dio è in cerca dell’uomo, perché risponda, perché ritorni, perché adempia. Dall’uomo, da tutti gli uomini e in tutti i tempi viene chiesto qualcosa. Qualsiasi gesto compiamo, noi non facciamo che rispondere o sfidare, ritornare o allontanarci, adempiere o mancare la meta.
(Abraham J. Heschel).