DUBITARE
15 dicembre 2019, III AVVENTO A
(Is 35,1-6a.8a.10; SI 146/145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11)

 

Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Mt 11,11)

 

In tutti e quattro gli evangeli Giovani Battista sta all’inizio.
La sua voce attira lungo la riva del Giordano una folla di uomini e donne che avvertono un desiderio irresistibile di conversione e apre la strada a Colui che deve venire.
Giovanni Battista è l’angelo che Dio aveva inviato al popolo nel deserto per farlo entrare nel luogo che gli aveva preparato (Es 23,20), è il profeta annunciato da Malachia: Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via (Ml 3,11).

 

Quando il Battista rientra in scena, qualche tempo dopo, c’è un nuovo inizio.
La sua voce potente soffocata dalle mura del carcere di Macheronte si è trasformata in un dubbio lacerante che gli risuona dentro come una tentazione.
O forse come un invito alla conversione.
Dopo avere battezzato il popolo è il momento del suo battesimo.
Il messaggero che stava davanti, deve andare dietro a colui che è più forte, come un discepolo (Mt 3,11).

 

All’inizio, nella solitudine del deserto, la sua voce era un grido che non lasciava spazio alle incertezze. Non c’erano domande, solo imperativi (Mt 3,2.8).
Dopo, nella solitudine del carcere, il dubbio incrinò la sua voce e gli imperativi lasciarono il posto alle domande.
A una domanda, per la precisione, che consegnò ai discepoli perché la riferissero all’unico che poteva dare una risposta.

 

Domanda che Gesù rimandò a Giovanni, perché la risposta spettava a lui.

 

In carcere Giovanni aveva sentito parlare delle opere di Gesù e non si riconosceva più in quel Messia che, invece di usare la scure per tagliare gli alberi secchi e la pala per bruciare la paglia con un fuoco inestinguibile (Mt 3,10-12), si preoccupava di non spezzare una canna incrinata e di non spegnere uno stoppino dalla fiamma smorta (Is 42,3).
Giovanni iniziò a dubitare di un Messia che entrava nelle case di pubblicani e prostitute e mangiava con loro (Mt 9,11).

 

Il dubbio è l’altra faccia della fede, non è il suo contrario.
Senza i dubbi il credere diventa ideologia e fanatismo e sfocia nella violenza.
Credere nell’esistenza dell’Essere Perfettissimo dei filosofi e dei catechismi è meno problematico che credere in un Dio che si fa bambino.
Pensare alla Divinità come un’Energia Cosmica che sostiene il mondo è più rassicurante che inginocchiarsi davanti a un Dio Crocifisso.
La vita del discepolo di Gesù è una sequela e ogni cammino comporta l’attraversamento di valli oscure e deserti dell’anima.

 

Gesù non liberò Giovanni dal dubbio, non lo tranquillizzò con parole consolanti e risposte precise. Gli rispose con le parole di Isaia – I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano (Is 42,18) – che completò con la sua profezia: l’evangelo annunciato ai poveri.
L’ultimo segno non è un miracolo, ma una Parola.
La stessa con la quale aveva iniziato il suo primo discorso, sulla montagna.
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3).
L’evangelo annunciato ai poveri è il segno che Gesù è il Messia, colui che doveva venire.

 

E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo.

 

Questa fu la risposta di Gesù al dubbio del Battista.
Un invito a credere e a seguire Gesù dentro le quattro mura di un carcere, senza altra garanzia che il segno della Sua Parola.
Al discepolo che, nonostante tutto, non trova in Gesù motivo di scandalo e lo segue, è riservata la beatitudine.

 

Gli inevitabili dubbi del credente non si placano con risposte definitive, né con parole consolanti, ma con un atto di fede in Colui che è sempre oltre e non è mai come vorremmo che fosse.

 

L’evangelo non riporta la reazione del Battista alle parole di Gesù, ma racconta il suo martirio (Mt 14,1-12). Giovanni che aveva battezzato con acqua, ricevette il suo battesimo in Spirito Santo e fuoco quando fu decapitato.
Morte significativa per un uomo che era stato tormentato dal dubbio.
Paradossalmente, nel momento in cui il soldato gli staccò la testa dal collo, Giovanni iniziò a vedere e a comprendere.
Il dubbio che l’aveva lacerato l’aveva portato all’obbedienza della fede e alla beatitudine.
Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni Battista, ma nel regno che è riservato ai poveri il più piccolo è più grande di lui.

 

I sacerdoti di Gerusalemme che conoscevano e interpretavano le scritture ma non si lasciavano interrogare da esse, non mossero un passo per recarsi a Betlemme (Mt 2,5).
Non avevano dubbi sul fatto che il Messia dovesse scendere direttamente dal cielo con il suo esercito di angeli.
A Betlemme invece giunsero alcuni magi con i loro doni (Mt 2,1-11) e i pastori con le loro pecore (Lc 2,8-16).
Seguendo la luce di una stella o la voce degli angeli, quegli uomini con i loro dubbi e i loro desideri, con le loro paure e le loro speranze s’erano messi in cammino.

 

Furono i primi a udire dalla bocca di quel bambino che ancora non parlava l’evangelo annunciato ai poveri e a sentire nel cuore la beatitudine riservata a chi non si scandalizza di lui.

 

Con la fede l’uomo può attingere la verità e una pienezza di conoscenza e di vita quale nessun’altra forma di sapere può assicurare. Ma lo fa con una scelta che non si può compiere una volta per tutte, in modo definitivo e sicuro, e che si deve ripetere in ogni istante, con una lotta intrepida e un continuo trionfo sul dubbio. La fede unisce paradossalmente ‘securitas’ e ‘insecuritas’, la pienezza del possesso e il bisogno della conferma, la tranquillità del successo e la precarietà della scommessa, la serenità della scoperta e l’inquietudine della ricerca.
(Luigi Pareyson)