SOGNARE
22 dicembre 2019, IV AVVENTO A
(Is 7,10-14; SI 24/23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24)

 

…ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse… (Mt 1,20)

 

Acaz, re di Giuda, era un uomo poco incline ad assecondare i sogni.
Isaia gli chiedeva di confidare nell’aiuto del Signore per affrontare i nemici in battaglia, ma ad Acaz le armi del re di Assiria sembravano decisamente più affidabili.
Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio – aveva detto il profeta al re quando l’aveva incontrato all’estremità del canale della piscina superiore, presso la strada del campo del lavandaio (Is 7,1-4).
Acaz replicò con una grande verità per coprire la sua grande menzogna.
Non voglio tentare il Signore! – disse.
In realtà non voleva ascoltarlo, perché ascoltare il Signore significa contare solo sul suo aiuto, senza affidarsi alle alleanze umane. Come se Dio gli chiedesse di affrontare i re di Samaria e di Damasco con la fionda, come Davide contro Golia (1 Re 17,31-54).
Ma Acaz non era Davide, e di segni non ne voleva sapere.

 

A volte il Signore non dà segni a chi li chiede, ma non li fa mancare a chi non li vuole.
E ad Acaz lo diede.
Il segno di un figlio, il cui nome era già deciso.
Il nome del bambino avrebbe costantemente ricordato al padre la verità che non voleva accogliere.
Emmanuele, Dio con noi.

 

Sette secoli dopo, il Signore diede il segno di un figlio anche a Giuseppe, un lontano discendente di Davide che non era re, né principe e non aveva nemici da affrontare.
Era un artigiano che si guadagnava da vivere con il sudore della fronte.
I suoi sogni erano circoscritti dai confini dello sconosciuto villaggio di Nazareth.
Giuseppe era un uomo giusto, che nel linguaggio biblico significa molto più che onesto.
Giusto è l’uomo che cammina con Dio e che, in ogni circostanza, si affida a Lui.
Ma il segno di un figlio-che-non-era-suo andava oltre la sua capacità di comprensione.

 

Se al re Acaz il Signore aveva inviato il profeta Isaia, a Giuseppe, uomo giusto, mandò il suo angelo in sogno.

 

Quando dorme l’uomo è indifeso, non ci sono sentinelle a sorvegliare le mura della sua anima. Ma il Signore sorveglia quella breccia della coscienza e non abbandona l’uomo in balia degli spiriti malvagi che vi potrebbero penetrare.
La notte è il tempo della tentazione ma anche quello della rivelazione.
Anche di notte Dio istruisce il cuore di colui che in pace si corica e al sicuro si addormenta (Sl 4,9; 15,7).

 

Giacobbe sognò una scala che poggiava sulla terra e arrivava fino al cielo e angeli che scendevano e salivano (Gen 28,12).
Giuseppe, figlio di Giacobbe, riceveva sogni e sapeva interpretarli (Gen 37,6; 40,8; 41,15).
In sogno il giovane Salomone chiese al Signore il dono della sapienza per governare con giustizia il suo popolo (1 Re 3,5).
Mentre l’uomo dorme – insegnano i maestri – la sua anima parla all’angelo e l’angelo ai cherubini.

 

L’anima di Giuseppe, che è un uomo giusto, nel sonno non parla all’angelo, lo ascolta.

 

È necessario che la persona resti attenta a ciò che le parole dell’angelo vengono a toccare in lei: quel punto di speranza non domato, quella certezza non verosimile rispetto al tempo e alla natura, La vita può vincere ancora sulla morte e sulla notte, malgrado le prove e la tenacia degli scacchi subiti (Catherine Chalier).

 

Giuseppe sogna, ascolta e obbedisce senza obiettare.
Un’obbedienza paradossale che lo costringe a disobbedire alle leggi di Dio e ai principi della sua coscienza.
Ma questo Figlio-che-viene-dallo-Spirito-Santo è un dono che va oltre i precetti della Legge e i doveri della coscienza.
È il Figlio della promessa, il Messia atteso, il segno dell’Emmanuele, Dio con noi, che salverà il popolo dai suoi peccati.

 

Al risveglio Giuseppe non liquidò la visione dicendo: È stato solo un sogno!
Era un uomo giusto, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

 

Matteo è l’unico evangelista a raccontare i sogni dei suoi personaggi.
Giuseppe e i Magi, all’inizio (Mt 1,20; 2,12-13.19), e la moglie di Pilato, alla fine.
Giuseppe e i Magi, fidandosi delle parole ricevute in sogno, salvano il Bambino venuto a salvare il suo popolo dai suoi peccati.
La moglie di Pilato, invece, invita il marito a prendere le distanze da quel re-bambino perché – gli disse – oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua.
Pilato, come Acaz, riceve un segno, ma preferisce lavarsene le mani (Mt 27,19-24).
Giuseppe e i Magi invece s’inchinano alla volontà del Signore e trovano strade là dove sembrava non esserci alcuna via d’uscita.

 

Giuseppe cammina con il Signore e il Signore traccia una strada davanti a lui.
Giuseppe il giusto che ascolta e non parla.
Attraversa in silenzio le pagine evangeliche senza lasciare parole dietro di sé.
A parte una.
Una sola parola che rischia di passare inosservata perché non è inserita in un discorso diretto, o forse perché quell’unica parola è solo un Nome.
Il Nome che ha dato un senso alla straordinaria avventura di un uomo ordinario.

 

Gli pose nome Gesù – dice l’evangelo (Mt 1,25).
E per imporre quel Nome al Bambino, Giuseppe non può che averlo pronunciato.
Gesù, Dio è salvezza.

 

La visita degli angeli fa scoprire la porta del cielo (Gen 28,17), nel momento in cui il mondo sembra doversi chiudere in un vicolo cieco angosciante, sterile e senza speranza.
(Catherine Chalier)