LASCIAR FARE
13 gennaio 2020, BATTESIMO DEL SIGNORE
(Is 42,1-4.6-7; SI 29/28; At 10,34-38; Mt 3,13-17)

 

Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia (Lc 3,15)

 

La prima parola pronunciata da Gesù nell’evangelo di Matteo è un imperativo.
Lascia fare.

 

Giovanni, sorpreso di vedere Gesù in fila come tutti gli altri in attesa del suo turno per farsi battezzare gli aveva detto: Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?
Lascia fare per ora, –
gli rispose Gesù – perché conviene che adempiamo ogni giustizia.

 

Alle folle che erano scese al Giordano per ricevere il battesimo e chiedevano a Giovanni che cosa dovessero fare, egli rispondeva di dividere cibo e vestiti con chi ne era privo.
Ai pubblicani chiedeva di non esigere nulla più di quanto dovuto e ai soldati di non maltrattare, non estorcere e di accontentarsi della paga (Lc 3,10-14).

 

Cosa dobbiamo fare? – chiedeva la gente – e Giovanni rispondeva dicendo chiaramente cosa dovessero fare.
La sua predicazione era centrata sul fare frutti degni della conversione (Mt 3,8) e su un senso molto umano della giustizia.
Gesù, invece, gli chiedeva di sospendere azioni e ragionamenti.
Gli ordinava di lasciar fare.
E Giovanni si fece da parte e lasciò che Gesù scendesse dentro un’acqua resa torbida dai peccati di coloro che vi si erano immersi, anche se non capiva
Quando Gesù riemerse dal Giordano, si aprirono i cieli, e lo Spirito scese su di lui come una colomba.

 

Anche nei giorni di Noè il Signore Dio aveva aperto i cieli, perché la malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre.
E il Signore si pentì di avere fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.
Il Signore disse: Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato…
(Gen 6,5-7).
Noè lasciò fare a Dio e, obbedendo al suo comando, costruì l’arca in mezzo alle montagne per mettere in salvo la sua famiglia e una coppia di ogni specie di animali.
Poi il Signore Dio aprì i cieli e le acque furono travolgenti sopra la terra e così fu cancellato ogni essere vivente (Gen 7,23-24).
Dopo centocinquanta giorni il livello dell’acqua cominciò a diminuire e Noè fece uscire una colomba che tornò subito indietro perché non aveva trovato un ramo dove posare la pianta del piede.
Attese sette giorni e la rimandò una seconda volta.
Quando tornò nell’arca, la colomba teneva nel becco una tenera foglia d’ulivo.
Attese altri sette giorni e la colomba non tornò più indietro, perché finalmente aveva trovato un luogo dove ricominciare a vivere (Gen 8,8-12).
Il Signore si pentì di quello che aveva fatto e stabilì un’alleanza definitiva, unilaterale e incondizionata con Noè e i suoi discendenti e promise che non avrebbe mai più mandato le acque del diluvio per distruggere ogni carne (Gen 9,14-15).

 

L’umanità che Gesù incontrò non era né migliore né peggiore di quella dei tempi di Noè.
Ma, invece di sommergerla, come Giovanni si aspettava, si lasciò sommergere e lasciò che il peso del peccato del mondo lo trascinasse in fondo all’abisso.
I cieli non si aprirono sopra Gesù per far scendere un’acqua di morte, ma l’acqua di una Parola viva e di una nuova giustizia.
La colomba che ai tempi di Noè non era più tornata indietro, riapparve sopra il Giordano e scese su Gesù portandogli in dono lo Spirito di Dio.
La vita di quel Figlio amato, nel quale il Padre aveva posto il suo compiacimento, era il sigillo definitivo dell’alleanza.

 

Lascia fare, aveva detto Gesù a Giovanni. Lascia che si compia una giustizia che non segue le logiche di questo mondo.
L’opera del credente non è fare, ma lasciar fare, fare spazio a Dio nel proprio cuore.

 

Lascia fare, per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia.

 

Ciò che fu sotto gli occhi di tutti all’inizio, lungo il Giordano, fu sotto gli occhi di tutti anche alla fine, sul Golgota, quando Gesù s’immerse nell’abisso della morte.

 

La gente gli chiedeva di scendere dalla croce, se era veramente il Figlio di Dio.
Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene (Mt 27,43).

 

Ma proprio perché confidava in Dio, Gesù lasciò fare a Lui, lasciò che si compisse la più paradossale ingiustizia per portare nel mondo la giustizia del Regno.
Per questa obbedienza il legno della croce, come affermano i padri, è l’arca che porta in salvo l’umanità.
A mezzogiorno, quando Gesù fu crocefisso, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre il grido di Gesù in croce squarciò le nubi e il velo del tempio, il cielo cominciò ad aprirsi ed emise lo spirito.
Dalla croce donò ad ogni carne quello Spirito che era sceso su di lui al Giordano.

 

Una colomba posò la pianta del piede su un braccio della croce, come se avesse trovato una pianta dove costruire il suo nido, come la colomba di Noè dopo il diluvio.
Sul Golgota non scese dal cielo la voce di Dio, perché il Padre aveva già riconosciuto la giustizia del Figlio, all’inizio.
Mancava la risposta dell’uomo, una parola che salisse dalla terra verso il cielo.
La voce uscì dalla bocca del più improbabile dei testimoni, un centurione romano.
Per lui il cielo si aprì, vide la colomba appoggiata sul braccio della croce, e percepì in quell’uomo apparentemente privo di vita, lo Spirito della vita.
Sotto la croce fu battezzato nel sangue di Gesù e professò la sua fede in Colui che era davvero il Figlio di Dio (Mt 27,45-54).

 

Mi voltai a un tratto verso il dottore: Vi assicuro che i vagabondi siamo piuttosto io e voi e tutte le persone qui presenti, e non questo vecchio, che avrebbe tante lezioni da impartirci perché ha un principio saldo nella vita – la fede in Dio – mentre noi, così come siamo, non abbiamo nulla di solido.
(F. Dostoevskij, L’adolescente)