CONOSCERE
19 gennaio 2020, II PER ANNUM A
(Is 49,3.5-6; SI 40/39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34)

 

Io non lo conoscevo (Gv 1,31.33)

 

Le prime parole che il Quarto Evangelo mette in bocca a Giovanni Battista sono una negazione: Io non sono il Cristo.
L’evangelo di Giovanni, a differenza degli altri, non riporta i suoi inviti urgenti alla conversione e alla penitenza, le sue terribili minacce, non accenna ai suoi dubbi e non racconta il suo martirio.
Giovanni Battista rimane un uomo della parola, ma una parola detta sottovoce, come un dialogo interiore, come una preghiera.

 

Se una delegazione di sacerdoti e leviti venne da Gerusalemme per interrogarlo sulla sua identità significa che la sua fama aveva riacceso speranze che oltrepassavano la stretta cerchia dei discepoli.
Forse, dopo secoli di silenzio profetico, i giorni del Messia erano arrivati.
Ma Giovanni negò di essere il Messia.
Negò di essere Elia.
Negò di essere il profeta.
Chi sei dunque? – gli chiesero.
Rispose: Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia (Gv 1,19-24).

 

Ma in realtà il Giovanni del Quarto Evangelo non grida e la sua voce non giunge lontano.

 

Il giorno dopo la visita dei sacerdoti e dei leviti di Gerusalemme, Giovanni vide Gesù venire verso di lui.
È la prima volta che s’incontrano e tra i due non c’è alcun dialogo.
Il Battista non parla con Gesù e Gesù non parla con lui.
Gesù passa, Giovanni lo vede e dice: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.
Non si sta rivolgendo a Gesù, ma nemmeno alle folle. È qualcosa che dice a se stesso, come un’illuminazione improvvisa su colui che è avanti a lui, perché era prima di lui.
Un’affermazione senza incrinature, come una professione di fede, una parola categorica come una dichiarazione d’amore.
Prima non lo conosceva.
Dopo averlo incontrato e visto, lo conosce.
Ecco l’agnello di Dio!

 

Che cosa vide Giovanni in Gesù per passare in un istante dalla non-conoscenza alla conoscenza perfetta?

 

Vide l’agnello profetizzato da Isaia nel quarto canto del Servo del Signore.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto 
al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca (Is 53,6-7).
Vide il servo di cui parla Isaia nel secondo canto, destinato a diventare luce delle nazioni per manifestare la gloria di Dio e portare la Sua salvezza fino all’estremità della terra.

 

Vide quello che sarebbe accaduto tre anni dopo sul Golgota.
L’Agnello che si fa carico del peccato del mondo.
Il Battista è come il Discepolo Amato, il testimone che ha visto e ha creduto (Gv 20,8).
Uno apre e l’altro chiude il Quarto Evangelo.
Anche se il Battista non stava sotto la croce, l’iconografia ve lo colloca, con un piccolo agnello ai piedi e il dito puntato verso Gesù, come nel dipinto di Grünewald a Colmar.
La verità raccontata dal pittore è più vera di ciò che è realmente accaduto.

 

Ma Giovanni Battista non vide solo ciò che Isaia aveva profetizzato cinque secoli prima, né ciò che sarebbe accaduto tre anni dopo.
Vide anche ciò che l’evangelista Giovanni avrebbe scritto nel libro dell’Apocalisse, cento anni dopo: Poi vidi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un agnello, in piedi, come immolato (Ap 5,6).
L’agnello immolato porta i segni della passione che la risurrezione non ha cancellato, ma è in mezzo al trono, in piedi, Vivente, al centro dei quattro esseri viventi.

 

Prima non conosceva, ora conosce.
La conoscenza del Battista è la grazia che viene donata ai piccoli (Mt 11,25), non è frutto dell’intelligenza, dello studio, di una lunga preparazione.
Poco tempo dopo, Gesù chiederà anche a rabbi Nicodemo (il primo dei tanti personaggi che il Quarto Evangelo mette in scena) questa conoscenza, invitandolo a tornare bambino, a rinascere di nuovo, lasciando perdere la sua sapienza e la sua età (Gv 3,3-5).

 

All’inizio del quarto evangelo Giovanni Battista professa una fede piena e perfetta.
Riconosce che Gesù, l’agnello di Dio, è il Figlio di Dio.

 

Il cammino dei discepoli, con la sola eccezione del Discepolo Amato, fu molto più faticoso e complicato e, solo alla fine, dopo la risurrezione, Tommaso diede voce alla fede del gruppo degli Undici dicendo: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28).
Giovanni Battista invece arrivò subito alla conoscenza.
Vide passare Gesù e credette, come il Discepolo Amato.
E, dopo avere visto e conosciuto, scomparve.
Egli ‘non è’, perché uno solo può dire ‘Io sono’.
Egli è Voce, non è la Parola (Gv 1,23).
È l’amico dello sposo, non è lo Sposo (Gv 3,29).
Egli deve crescere, io invece diminuire – dice (Gv 3,30).
Sono le sue ultime parole, nel Quarto Evangelo, che non racconta la sua morte, perché non ce n’è bisogno.
C’è solo una morte che è necessario conoscere per avere la vita.
La morte del Figlio di Dio, l’Agnello che porta su di sé il peso del peccato del mondo.

 

Tutti i monaci studiano la legge di Dio giorno e notte, ma non tutti giungono a conoscerlo, anche se credono. Altro è credere che Dio esiste, altro è conoscerlo.
Improvvisamente l’anima vede il Signore e Lo riconosce… Il Signore è conosciuto nello Spirito Santo e lo Spirito Santo riempie l’uomo tutto intero: lo spirito, l’anima e il corpo.  
È così che Dio è conosciuto in cielo e sulla terra.
(Silvano del Monte Athos)