CONTARE I GIORNI
2 febbraio 2020, PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
(Ml 3,1-4; SI 24/23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40)

 

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, Maria e Giuseppe
portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore (Lc 2,22)

 

Gesù aveva quaranta giorni quando Giuseppe e Maria lo portarono a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Non fu accolto dagli addetti al culto, un sacerdote o un levita, ma da due vecchi profeti, che videro in quel bambino il compimento di una delle ultime profezie bibliche.
Profezia che ci invita a contare i giorni, come direbbe il salmo 90 (Sl 90,12).
La profezia è nel libro di Daniele.

 

Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città,
per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità,
portare una giustizia eterna, suggellare visioni e profezia
e ungere il Santo dei Santi
(Dn 9,24).

 

Settanta settimane fanno 490 giorni.
Il mese ebraico è di trenta giorni esatti.
Sei mesi dopo l’annuncio della nascita di Giovanni a Zaccaria, cioè 180 giorni dopo (6x30), l’angelo Gabriele si manifestò a Maria (Lc 1,26).
Nove mesi dopo, cioè 270 giorni dopo (9x30), Gesù nacque a Betlemme (Lc 2,6-7).
E quaranta giorni dopo, fu presentato al tempio.
180+270+40 = 490 giorni, settanta settimane.
Dall’annuncio a Zaccaria alla presentazione di Gesù al tempio passano settanta settimane, come aveva profetizzato Daniele.
In quel giorno la Gloria di Dio entrò a Gerusalemme e prese possesso del tempio.
Sacerdoti e leviti non se ne resero conto perché per loro quel bambino era uno dei tanti.

 

Solo chi è come un bambino, solo chi è rinato, anche se vecchio, lo riconosce (Gv 3,3-7).
Solo chi ha speso tutta la vita a contare i propri giorni, ha il cuore così puro e sapiente da riconoscere nel bambino Gesù, il Cristo del Signore, la redenzione di Gerusalemme.

 

Simeone è un profeta perché lo Spirito era su di lui, come sui profeti biblici.
Era un uomo giusto e pio, come Giuseppe (Mt 1,19), come Zaccaria ed Elisabetta che erano giusti e irreprensibili (Lc 1,6), e come Giuseppe d’Arimatea che era buono e giusto (Lc 23,50).
Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
E come Abramo attese per tutta la vita il compimento della promessa.

 

Sono questi i veri profeti cui Dio affida la storia dell’alleanza.
Uomini e donne che sanno rimanere in attesa, nel nascondimento.
Sono i poveri di spirito cui appartiene il Regno perché aprono l’orecchio all’ascolto della Parola e il cuore all’azione dello Spirito (Mt 5,3).
Sono i puri di cuore che sanno riconoscere l’agire del Signore dentro le confuse vicende umane, anche quando tutto sembra contraddirlo (Mt 5,8).
Sentinelle che vegliano nella pace, che non forzano la mano a Dio anche quando sembra che il Signore si dimentichi di loro.
Uomini piccoli che stanno ai margini della storia, ma la sorreggono con la loro fede grande.

 

Di Anna si dice esplicitamente che era una profetessa.
Era stata sposata sette anni e poi è rimasta vedova.
Le vedove bibliche sono donne povere e indifese e la legge prescrive di prendersene cura, ma spesso possono confidare solo nel Signore.
Quando incontrò Gesù, aveva ottantaquattro anni.
Anche i suoi giorni vanno contati.
84 = 7X12.
Il numero sette (4+3) ritorna costantemente nella sua esistenza.
Quattro sono i punti cardinali, il numero della terra e dell’umano.
Tre è il numero del Divino, simboleggiato dalla perfezione del cerchio che si traccia con tre punti.
Sette (4+3) è il numero che indica l’incontro della terra con il cielo, dell’uomo con Dio.
E dodici (4X3) è il numero delle tribù di Israele, il popolo che Dio ha eletto tra tutti i popoli.
Gli anni della vita di Anna raccontano un’esistenza vissuta in fiduciosa comunione con Dio e in attesa della redenzione di Gerusalemme e del suo popolo.

 

Simeone e Anna hanno trascorso la loro vita nel tempio e per questo loro rimanere nella lode e nella preghiera seppero riconoscere e accogliere il Messia di Dio.
Trent’anni dopo Gesù cacciò i mercanti del tempio perché – disse – la mia casa sarà casa di preghiera (Lc 19,45-46).
Per Simeone e Anna questo era il tempio: la casa di Dio e la loro casa.
Alla fine dell’evangelo, come i due vecchi profeti all’inizio, anche gli Undici e gli altri che erano con loro, stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,33.53).

 

Simeone e Anna sapevano che nessuno può vedere Dio e continuare a vivere (Es 33,20). Il loro tempo era compiuto, il loro compito era terminato e potevano andarsene in pace dopo aver visto il compimento della promessa.
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace.
La loro è una morte nella pace, perché lasciano un mondo dove i giorni dell’uomo sono polvere e cenere per entrare nel mondo di Colui che è da sempre e per sempre, come dice il salmo (Sl 90,2).
Escono dalla vita per entrare nella Vita.
Hanno saputo contare i loro giorni e hanno raggiunto la sapienza del cuore.

 

Di tutto questo la madre e il padre di Gesù compresero poco o niente.
Si limitarono a custodire nel cuore tutte queste cose, come avevano fatto a Betlemme dopo la visita dei pastori (Lc 2,19.51).
Nel silenzio, nella preghiera e nel nascondimento, come veri profeti, impararono a contare i loro giorni per raggiungere quella sapienza che già vedevano in pienezza nel loro figlio primogenito (Lc 2,40.52).

 

Rabbì Jochanan diceva: Dai giorni in cui è stato distrutto il tempio la profezia è stata tolta ai profeti ed è stata data ai folli e ai bambini.