DIVENTARE STOLTI
9 febbraio 2020, V PER ANNUM A
(Is 58,7-10; SI 112/111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16)

 

Se il sale perde il suo sapore (lett. diventa stolto) con che cosa lo si renderà salato?
A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini (Mt 5,14)

 

La sapienza del discepolo di Gesù si declina con le otto beatitudini.
I poveri di spirito e gli afflitti, i miti, gli affamati e gli assetati di giustizia, i misericordiosi e i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati per la giustizia sono il sale della terra e la luce del mondo (Mt 5,3-11).
Uomini e donne che danno sapore alla vita e la rischiarono senza apparire.

 

Il termine greco che noi traduciamo ‘perdere il sapore’ letteralmente significa stolto.
Se il sale diventa stolto a null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini.

 

L’apostolo Paolo usa con molta insistenza questo termine nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto e sembra contraddire le intenzioni di Gesù.
In realtà la sua è la più corretta delle interpretazioni perché il suo pensiero e la sua vita sono innestati nel pensiero e nella vita di Cristo, il Messia che gli uomini hanno gettato via e calpestato, preferendo le tenebre alla luce (Gv 1,5; 3,19).

 

Ad Atene, Paolo aveva tentato di evangelizzare la città con la sapienza dei ragionamenti umani (At 17,22-33). Il fallimento di quella predicazione lo convinse ad abbandonare ogni tentativo di addomesticare l’evangelo per catturare consensi.
Avrebbe annunciato solo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, perché la sapienza di questo mondo è follia davanti a Dio e bisogna farsi folli e stolti per diventare sapienti (1 Cor 3,18-19).
Per mezzo della stoltezza Dio ha voluto salvare i credenti (1Cor 1,18.21).

 

L’evangelo traccia strade sconosciute e disprezzate dalla sapienza mondana e sono i piccoli e i semplici a percorrerla.
Dio ha nascosto i misteri del regno ai sapienti e ai dotti e li ha rivelati ai piccoli (Mt 11,25).

 

I discepoli appresero lentamente e con fatica la logica di questa stolta sapienza.
Essi desideravano diventare sale e luce del mondo, ma per ricevere gloria dagli uomini più che per dare gloria a Dio (Mt 6,2.5.16).
C’erano le folle che seguivano Gesù, la sua predicazione affascinava e i miracoli che compiva aumentavano il suo prestigio.
E loro erano i privilegiati, i prescelti per questa straordinaria missione.
Ma il compito del sale nel cibo e dell’olio nella lampada è consumarsi, perdersi e scomparire.

 

Pietro fu il primo a riconoscere l’identità di Gesù: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Ma subito dopo, quando Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto, venire ucciso e risorgere il terzo giorno, Pietro si oppose con violenza: Questo non ti accadrà mai.
Allora Gesù, voltandosi, disse a Pietro: Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,16.21-23).
Da sempre la sapienza mondana cerca in tutti i modi di catturare Gesù, addomesticandolo e trasformandolo di volta in volta in un pacifista o in un rivoluzionario, in un sognatore o in un maestro di vita, in uno psicoterapeuta o in uno dei tanti sapienti che hanno reso onore alla razza umana.

 

Ma la sapienza dell’evangelo non può accordarsi con la sapienza di questo mondo.
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16,24-25).

 

Il discepolo è sale della terra quando si nutre della sapienza del suo Maestro.
Il discepolo è luce quando lascia trasparire la Gloria di Dio.

 

Con la mente i discepoli comprendevano il senso delle parole di Gesù, ma il loro cuore si ostinava a rifiutarlo.
Come poteva finire calpestato dagli uomini colui che aveva dato sapore alla loro esistenza? Come poteva essere spenta la luce che Gesù aveva portato per un popolo che abitava nelle tenebre, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte (Mt 4,16)?

 

Quello che accadde negli ultimi giorni della vita di Gesù era una follia incomprensibile e tutti i discepoli che all’inizio avevano abbandonato tutto per seguirlo, alla fine abbandonarono lui e fuggirono (Mt 26,47-56).

 

La croce è la follia di Dio (1Cor 1,25), perché quando la sapienza è sconfitta nella sua semplice promessa di dare vita e pace a chi ne segue con amore i precetti, quando la sapienza non salva il giusto dalla croce, quando la sapienza stessa, la Parola di Dio, muore, allora non resta altra speranza che la follia, la più scandalosa delle follie: la salvezza attraverso lo sprofondamento nell’abisso della morte (Sergio Quinzio).

 

I discepoli non furono testimoni diretti di quello che accadde sul Golgota la vigilia della festa di Pasqua, quando Gesù fu calpestato dagli uomini come sale che non ha alcun sapore, quando la sua luce fu collocata in alto sul candelabro della croce per essere spenta con un colpo di lancia di fronte al mondo.

 

Questa è la sapienza dell’evangelo che i sapienti di questo mondo considerano stolta.
Ciò che i discepoli compresero solo in seguito, fu di una chiarezza inequivocabile per il centurione romano che stava sotto la croce, un uomo che di Gesù non sapeva nulla, che non aveva ascoltato le sue parole, né assistito ai suoi miracoli (Mt 27,54).
Egli percepì in quella morte il sapore di una sapienza antica e nuova e, al tramonto di quel giorno, vide una luce che nessuno avrebbe mai potuto spegnere.

 

C‘è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce.
(Leonard Cohen)