DARE COMPIMENTO
16 febbraio 2020, VI PER ANNUM A
(Sir 15,15-20; SI 119/118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37)

 

Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento (Mt 5,17)

 

I maestri insegnano che per nessun motivo si deve interrompere la preghiera, nemmeno se un serpente ti si attorcigliasse attorno alla gamba.
Gesù, che aveva un’alta concezione della preghiera e della sua necessità per la vita di fede, avrebbe condiviso in pieno il detto dei rabbini, serpente compreso.
A meno che non ci fosse qualcosa di più insidioso di un serpente, di più mortale del suo veleno.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Non è detto che il fratello ci tenga a riconciliarsi con te, ma se c’è una sola possibilità che il suo cuore sia liberato dal veleno dell’ira e del risentimento, allora interrompi la preghiera e lascia lì la tua offerta, davanti all’altare.

 

Il pensiero di un Messia che trasgredisce la Legge in nome di una presunta libertà interiore è un’affascinante tentazione di cui ci si serve per giustificare le proprie meschinità, dimenticando che Gesù non è venuto per abolire la Legge, ma per darvi il pieno compimento.
Ai discepoli non si limita a chiedere di rispettare i minimi precetti della Legge, ma esige un’obbedienza ancora più radicale che oltrepassi l’azione esteriore per raggiungere l’intenzione interiore.
Per la legge è adultero chi va a letto con la donna di un altro.
Per Gesù è adultero anche chi guarda una donna con malizia per desiderarla.
Il male non è nell’occhio che guarda una donna, ma nel cuore che la desidera.
È il desiderio che c’è nel cuore che rende uno sguardo puro o impuro, sano o malato.

 

Anche i maestri di Israele insegnano che non basta obbedire alla Legge per rispettarla.
Ciò che è essenziale quando si attua un precetto, è indirizzare il cuore verso il Padre che è nel cielo.
Beato chi custodisce i Suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore (Sl 119,2).
Cercare Dio con tutto il cuore è qualcosa di più che recitare tutte le preghiere o mettere in pratica i comandamenti, perché chi agisce con il cuore rivolto verso il Padre che è nel cielo percepisce l’amore di Colui che lo comanda, non il peso di essere comandato.

 

In un midrash si racconta di un dibattito tra i maestri che non riuscivano a spiegarsi come mai il popolo fosse stato distrutto anche se si atteneva alle regole della Torah e non tralasciava mai il dovere di studiarla.
Siccome tra i maestri non si arrivava a una soluzione del problema, Dio stesso venne a spiegarne il motivo. Il paese fu distrutto – disse il Santo, Benedetto egli sia – perché non vi era devozione interiore (kavanà). Voi osservate la Legge, ma non la considerate una benedizione, la seguite per dovere e non per amore (Rabbi Nisim su Nedarim, 81a).
Per questo Davide scrive nel salmo: Io odio gli uomini dal cuore doppio (Sl 119,113).
Parole dure dirette a chi serve il Signore e obbedisce ai suoi comandi per paura e non per amore (Midrash Tehillim, 119,13).
Non prega affatto chi si reca al tempio per essere esaudito, né obbedisce alla Legge chi compie un precetto per paura o per ricavarne un profitto, in questa o nell’altra vita.

 

Nell’esperienza religiosa non si cerca il senso dell’utile, ma il senso dell’eterno.
Ma una religione senza precetti è un’esperienza priva del potere di espressione, è un senso del mistero privo del potere di santificazione, è una domanda priva di risposta. Senza la Legge (Torah) abbiamo soltanto atti che sognano Dio; con la Legge (Torah) abbiamo dei comandamenti che esprimono Dio in atti
(Abraham J. Heschel).

 

Questo era il mondo religioso nel quale Gesù visse fin dalla sua infanzia.
A dodici anni fece il suo bar mitzvà, divenne figlio del precetto e cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52).
Non c’era squilibrio tra i bisogni del suo corpo, i desideri della sua mente e le aspirazioni del suo cuore. Cresceva con tutto il suo essere orientato verso Dio, con il cuore rivolto verso il Padre che è nel cielo.

 

Ai discepoli Gesù non chiedeva di trasgredire i comandamenti, ma di andare oltre i comandamenti per arrivare al cuore della Legge.
E nel cuore della Legge c’è la Misericordia.

 

È vero che i maestri insegnano a non interrompere la preghiera nemmeno se un serpente ti si attorcigliasse attorno alla caviglia.
Ma è anche vero che, se anche la Legge dice che è vietato accendere o spegnere la candela in giorno di sabato, nel Talmud sta scritto che posso spegnerla per paura di nemici o di furfanti o se sto vegliando un malato che non riesce ad addormentarsi.
In questi casi la proibizione decade perché, per salvarsi la vita o salvare una vita, tutto è permesso.
E un vecchio maestro aggiungeva: Vedete, ragazzi, contrariamente a quanto pretendono i nostri ignoranti detrattori, la Torah non serve a complicare la vita, ma a rendere l’esistenza dell’ebreo più libera e sopportabile (Elie Wiesel).

 

Ma io vi dico
Anche Gesù, il rabbi di Nazareth, insegnava che c’è sempre un ma.
L’uomo non meriterebbe nulla, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza (Gen 8,21; 4,7; 6,5).
Ma… c’è sempre la possibilità che possa cambiare la direzione del suo cuore.

 

E per questo ma, per questo amore che oltrepassa la giustizia e arriva al cuore della Legge dove sta la Misericordia, Gesù si lasciò crocifiggere sul Golgota, un venerdì pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua (Mt 27,31).

 

Rabbi David Moshe di Tzartkov si astenne per molto tempo da ogni predica e omelia. Quando gli si chiese il perché, rispose: Ci sono settanta modi di interpretare la Torah. Uno di essi è il silenzio.
(Detti dei Chassidim)