ANDARE
8 marzo 2020, II QUARESIMA A
(Gen 12,1-4a; SI 33/32; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9)

 

Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre
verso la terra che io ti indicherò (Gen 12,1)

 

Il primo comando che Dio diede ad Abramo non fu di costruirgli un santuario ma di andarsene e questo imperativo divenne fin dal principio il sigillo che certifica l’esperienza del credente.
Gli idoli sono di pietra, legno e metallo, non si muovono e non parlano.
Il Dio di Abramo è una Voce che entra nella sua vita e la mette in movimento.
La storia di Abramo inizia con un comando – Vattene! – (Gen 12,1), e termina con lo stesso comando – Vattene! (Gen 22,2).
All’inizio Dio gli ordinò di lasciare la sua terra, la sua parentela e la casa di suo padre, di rompere, cioè, con il suo passato.
Alla fine gli chiese di sacrificare il figlio Isacco, di rinunciare, cioè, al suo futuro.
In entrambi i casi, all’inizio come alla fine, Abramo partì senza sapere dove andava (Eb 11,8), verso un luogo che gli sarebbe stato rivelato soltanto alla fine.
Da un capo all’altro della sua storia – dice il Midrash – Abramo ha a che fare con uno spaesamento. Per Abramo si tratta sempre di ricominciare da capo, di rinunciare sia alle garanzie del passato, sia alle promesse per il futuro, per rimettersi in cammino verso l’ignoto, verso una terra che non è terra, verso un luogo che non ha luogo.

 

Due secoli dopo, Giacobbe, nipote di Abramo, in viaggio verso Carran capitò in un luogo dove passò la notte. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Al risveglio disse: In questo luogo c’era Dio e io non lo sapevo (Gen 28,10-16).
Il Luogo è Dio secondo l’interpretazione rabbinica, poiché ‘Il Luogo’ (ha-Maqom) è uno dei sinonimi divini: Dio è Colui che è presente in ogni luogo.
Il viaggio verso il Luogo che è Dio, è un’avventura infinita.

 

Verso un luogo che noi chiamiamo Tabor, ma che il testo evangelico si limita a definire un alto monte, Gesù condusse Pietro, Giacomo e Giovanni, sei giorni dopo essere stato riconosciuto da Pietro come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e avere incominciato a parlare della sua morte (Mt 16,16-21).
Come Abramo, i tre discepoli sono condotti verso un luogo che non è luogo, una terra che non è terra. E in quel luogo, dove Mosè ed Elia parlano con Gesù, dove cielo e terra s’incontrano e si confondono, dove la luce del Messia acceca e la nube luminosa nasconde, i tre apostoli balbettano senza poter guardare l’abisso dove la gloria sta con la morte (Sergio Quinzio).
Pietro, al quale il Signore sei giorni prima aveva affidato le chiavi del regno dei cieli, vorrebbe stabilirsi per sempre in quel luogo, perché – dice – è bello per noi stare qui.
Come se volesse ridurre l’esperienza del credente a una forma di benessere psicofisico.
Gesù non li portò lassù per consolarli, ma per inviarli, per metterli in movimento.
La voce che udirono è la stessa che sentì Abramo.
Un imperativo: Ascoltatelo!
E ascoltarlo significa andare, partire.
Infatti, la prima parola che Gesù, rimasto solo, rivolse ai tre discepoli dopo che su quell’alto monte non ci furono più né nube né voce, né Mosè né Elia fu: Alzatevi!
E chi si alza lo fa per rimettersi in cammino, per riprendere il viaggio.
Come Abramo, anche Mosè ed Elia furono dei grandi viaggiatori.
Non scelsero la direzione a prendere, né la meta da raggiungere, ma ascoltarono, obbedirono (ob-audire) alla Voce che li chiamava.
Mosè non sapeva quale fosse né dove fosse la terra promessa, un luogo oltre il deserto.
E quando la raggiunse, dopo quarant’anni, la vide solo da lontano, ma non ci entrò.
La terra promessa sta sempre oltre, un luogo che non è luogo ma reale più di ogni altro luogo, come la Voce di quel Dio che egli aveva visto solo di spalle (Es 33,23).
Dio venne a prenderlo lassù, sul monte Moria, con un bacio, e nessuno sa dove sia la sua tomba (Dt 34,1-5).

 

Dopo l’ordalia del Carmelo (1Re 18,20-39), Elia si era inoltrato nel deserto con la precisa intenzione di trovare la morte. Poi un angelo gli aveva procurato pane e acqua e con la forza datagli da quel cibo raggiunse l’Oreb, dove non vide nulla ma percepì la presenza di Dio in una voce di silenzio sottile (1Re 19,4-13). Dopo avere incontrato il Signore, Elia terminò la sua missione e fu portato verso il cielo su un carro di fuoco (2Re 2,11).
Elia – insegnano i maestri – è sempre in viaggio e continua a comparire in ogni angolo della terra, là dove c’è bisogno del suo aiuto, della sua presenza.

 

Il termine ebreo ha-‘ivrì – compare per la prima volta nella storia di Abramo (Gen 14,13).
La parola significa andare oltre, perché – insegnano i maestri – mentre tutto il mondo andava da una parte, lui andava dall’altra.
Abramo è un uomo controcorrente, che va nella direzione opposta a quella di tutto il mondo. Obbedendo alla Voce egli scopre nuove direzioni in un mondo che non fa che ripetersi, intravvede nuovi sentieri, inizia percorsi non ancora battuti dagli altri, li percorre in solitudine, con la certezza che un giorno saranno percorsi da una moltitudine di figli.

 

A differenza di Abramo che non sapeva dove la Voce l’avrebbe condotto, i tre discepoli sapevano che Gesù doveva andare a Gerusalemme dove avrebbe sofferto molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi e sarebbe stato ucciso prima di risorgere il terzo giorno (Mt 16,21).
Pietro, Giacomo e Giovanni avrebbero voluto stabilirsi lassù su quell’alto monte, dove avevano intravisto la Gloria di Dio, ma il Signore li risvegliò dal loro sonno e ordinò loro di alzarsi perché era ancora lungo per loro il cammino, come aveva detto l’angelo a Elia, nel deserto, otto secoli prima (1Re 19,7).
Lungo non in termini geografici, né cronologici ma spirituali: il lungo cammino che conduce al cospetto di Dio, di fronte alla sua Gloria e che impegna una vita intera.
I tre apostoli furono testimoni inaffidabili di altre due trasfigurazioni del Signore, su altrettanti monti: il Monte degli Ulivi e il Golgota.
Nel primo si addormentarono mentre Gesù, in angoscia, sudava sangue.
Alzatevi, andiamo! furono le ultime parole che udirono alla bocca di Gesù (Mt 26,36-45).
Si alzarono, ma per abbandonarlo (Mt 26,56) e sul secondo monte non vollero andare, pensando che non ci fosse più niente a fare, che tutto fosse finito su quel piccolo colle.
Ma il Golgota non è un punto di arrivo, è un crocevia, una tappa che porta a un giardino, dove il silenzio sottile di un’alba nuova e lo spazio vuoto di una tomba aperta che ricorda una caverna, raccontano la storia del Cristo, il Figlio del Dio vivente

 

Il verbo ebraico aman (amen) che significa stare saldo, nella forma causativa he’emin, che noi traduciamo con credere, avere fede, dovrebbe essere inteso piuttosto nel senso di fare credito, fare fiducia a qualcuno. Ed è significativo che dalla stessa radice di fede (emunà) venga anche il termine artista (omen). Il credente, come l’artista, ha la capacità di vedere l’invisibile, vedere ciò che ancora non si vede.
(Alberto Mello)