PIANGERE
29 marzo 2020, V QUARESIMA A
(Ez 37,12-14; SI 130/129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)

 

Gesù scoppiò in pianto (Gv 11,35)

 

Gesù scoppiò in pianto.
Il più spirituale degli evangeli è l’unico a riportare il più umano dei sentimenti di Gesù.
Gesù, padrone di sé in molte circostanze, di fronte alla grotta sigillata da una pietra dov’era stato sepolto il suo amico Lazzaro perse il controllo e scoppiò in pianto.

 

Perché piangere se sapeva di poter liberare Lazzaro dalla morte con una parola? Perché non limitarsi a farlo uscire dalla tomba e restituirlo alle sorelle senza tutta quella sceneggiata?

 

Ma se Gesù non avesse pianto per la morte dell’amico, la sua umanità mancherebbe di qualcosa di essenziale e il suo essersi fatto carne e avere posto la sua dimora in mezzo a noi non sarebbe stato credibile (Gv 1,14).
Senza quello scoppio improvviso di pianto, Gesù avrebbe mostrato la sua onnipotenza, la sua superiorità sul male e sulla morte, ma non avrebbe percepito il cattivo odore della morte, non avrebbe condiviso fino in fondo la nostra condizione umana.
Senza quelle lacrime i presenti sarebbero rimasti impressionati dalla sua autorità, ma non avrebbero mai detto: Guarda come lo amava!

 

Gesù ha rivolto parole molto forti agli uomini dal cuore indurito, ammalati di sclerocardìa (Mc 3,5; 6,52; 10,5; Lc 24,25).
E profeti come Ezechiele e Geremia avevano parlato della necessità di sostituire un cuore di pietra con un cuore nuovo, unificato, un cuore di carne, per tornare a vivere (Ez 36,26; Ger 32,39).
Il dono delle lacrime scioglie la durezza del cuore.
Chi piange non mostra la sua debolezza, ma la sua umanità.

 

Gesù piange e le sue lacrime sono vere.
Non sta recitando una parte sapendo che avrebbe restituito Lazzaro a Marta e Maria.
È commosso profondamente e molto turbato.
Gesù sente nella sua carne il grido straziante di uomini e donne di fronte a una tomba chiusa e a un corpo giovane e bello che manda già cattivo odore.
La morte spezza i legami, disorienta e sembra togliere ogni valore all’esistenza.

 

Il libro biblico dei Salmi è inondato di lacrime.
Lacrime di nostalgia (Sl 137,1) e di speranza (Sl 126,5), le lacrime notturne di chi inonda di pianto il suo giaciglio (Sl 6,7) e le lacrime di gioia di chi vede trasformato il suo lamento in danza (Sl 30,12), lacrime come un pane amaro (Sl 80,6) e lacrime di pentimento (Sl 51).
Ma chi trova in Dio la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio, trasforma la valle del pianto in una sorgente (Sl 84,6-7).
E chi, pur schiacciato dalla paura, trova la forza di alzare lo sguardo verso il cielo e ripone in Dio il suo aiuto (Sl 121,1-2), scopre che niente va perso: I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli (Sl 56,9).

 

Le lacrime di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro sono la garanzia che Dio raccoglie le lacrime di tutti i sofferenti e le conserva come un tesoro prezioso.
E i suoi passi verso la tomba di Lazzaro e, pochi giorni dopo, verso il Golgota confermano che il Signore conta tutti i nostri passi, anche quelli che sembrano portare da nessuna parte.
Di fronte alla morte il credente sperimenta la paura, ma una paura che, invece di paralizzare, si trasforma in preghiera e fiducia: Nell’ora della paura in te confido (Sl 56,4).
L’uomo del salmo è un credente, non un eroe.
La fede non sottrae l’uomo alla fragilità della condizione umana, ma trasforma la debolezza e la disperazione in preghiera.
E la grazia che la preghiera ottiene sempre si chiama speranza.

 

Il pianto e le lacrime sono una grazia e una preghiera che sale a Dio.
Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.
L’evangelo non riporta la preghiera che Gesù rivolse al Padre per far risorgere Lazzaro.
Le sue lacrime sono l’invocazione che il Padre ha raccolto ed esaudito.
Gesù sa che il Padre lo ascolta per la sua obbedienza, e se lo esaudisce, non è per mostrare al mondo la sua onnipotenza, ma perché il mondo creda in lui, l’inviato del Padre.

 

Settant’anni dopo, Giovanni, autore del quarto evangelo, scrisse il libro dell’Apocalisse, mentre si trovava recluso nell’isola di Patmos.
All’inizio del libro riporta questa visione.
Vidi nella mano destra di colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli… Io piangevo molto perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. Allora uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli (Ap 5,1-5).

 

Con il potere delle lacrime e la forza della sua parola Gesù spezzò i sigilli che chiudevano Lazzaro nella tomba e lo fece uscire.

 

Alla fine del libro Giovanni, racconta questa visione.
Vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo… Egli abiterà con loro, sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte
né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate (Ap 21,2-4).

 

Ma questo accadrà solo alla fine.
Finché siamo in questa valle di lacrime, camminiamo nella speranza e nella fiducia.

 

Gesù fece uscire Lazzaro dalla tomba il quarto giorno, quando già mandava cattivo odore.
La sua risurrezione, invece, avvenne il terzo giorno, giorno che appartiene a lui e soltanto a lui.
Il giorno dopo, il quarto giorno, segna l’inizio del nostro tempo, il tempo degli uomini che nascono, vivono, piangono e ridono, si ammalano, invecchiano e muoiono.
Forse per questo Gesù ha atteso il quarto giorno prima di restituire Lazzaro alla vita.
Il quattro è il numero della terra e dell’umano.
È il nostro numero.
Di fronte alla tomba sigillata della nostra vita, al nostro cattivo odore e a un destino che sembra ineluttabile, Gesù piange.
Le sue lacrime non si disperdono come i giorni dell’uomo, perché il Padre le raccoglie, come una garanzia.
Nel tempo della Gerusalemme nuova, l’ottavo giorno, quando usciremo dalla tomba, il Figlio ci verrà incontro, asciugherà ogni nostra lacrima e allora lo vedremo così, come egli è (1Gv 3,2).

 

Piangere con coloro che, in una profonda disperazione, attesero invano di potere bere l’acqua della vita, piangere sulle vite rovinate dall’odio o dall’incapacità di liberarsi dal giogo delle proprie delusioni e miserie, non equivale per il Messia a porsi in rapporto fusionale con loro e perdersi in un dolore comune.
Significa sperare per loro – senza accettare mezze misure – la vittoria della vita sulla morte.
(Catherine Chalier)