VEDERE
19 aprile 2020, II DI PASQUA A
(At 2,42-47; SI 118/117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31)

 

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.
(Gv 20,29)

 

I Dodici’, termine che definisce il gruppo dei discepoli di Gesù, compare solo quattro volte nel quarto evangelo, in due momenti differenti.
La prima volta è a Cafarnao, subito dopo la moltiplicazione dei pani (Gv 6).
La seconda e ultima è a Gerusalemme, in quella stanza dove i discepoli si erano rinchiusi per timore dei Giudei, la sera di quel giorno, il primo della settimana.
Da questi due momenti emergono in particolare tre personaggi, Simon Pietro, Giuda e Tommaso, tre discepoli che raccontano storie di una fedeltà rinnegata, tradita e vacillante, che raccontano la nostra storia.

 

A Cafarnao, dopo avere perso il consenso delle folle e di molti dei suoi discepoli, Gesù chiese ai Dodici se volessero andarsene anche loro.
Pietro, con l’entusiasmo che lo contraddistingue, rispose a nome del gruppo professando la sua fede: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio.
Gesù avrebbe potuto elogiare la fede di Simon Pietro in quel momento così delicato del suo cammino. Invece chiuse la faccenda con parole sconcertanti che, probabilmente, nessuno comprese. Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo. Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici (Gv 6,67-71).

 

I Dodici, la cerchia più ristretta dei discepoli di Gesù, i suoi amici più intimi, non sono sollevati dal peso del dubbio, dalla fatica del cammino, dalla possibilità del tradimento.
La loro vicinanza al Maestro non li esenta dalla necessità di scegliere da quale parte stare.
Per tutti, il punto di partenza della fede è sempre segnato da un alto grado di (testardo, o inconsapevole, o ottuso) non sapere (Roberto Vignolo).

 

Chissà per quale motivo Tommaso, uno dei Dodici, non era con gli altri la sera di quel giorno, il primo della settimana, quando venne Gesù.
I discepoli gli dissero: Abbiamo visto il Signore!
E Tommaso – l’apostolo che aveva incoraggiato il gruppo a seguire Gesù fosse pure incontro alla morte (Gv 11,16) – aveva replicato: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo. Tommaso il dubitante, non ha dubbi al riguardo, lui vuole vedere e toccare.

 

All’inizio della sua vita pubblica, a Cana di Galilea, Gesù aveva rivolto una parola molto dura a un funzionario del re che gli aveva chiesto di guarire suo figlio che stava per morire: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete!
In quello stesso villaggio Gesù aveva cambiato l’acqua in vino e quell’uomo disperato gli stava chiedendo la guarigione del figlio. La vita di un ragazzo valeva meno di un banchetto durante il quale il vino era venuto a mancare? Ma Gesù non gli stava negando la grazia, gli stava chiedendo la fede in colui che era in grado di compierla.
Gesù non voleva riportare la normalità nella vita di quella famiglia, come se non fosse successo nulla, ma chiedeva a quell’uomo la disponibilità a iniziare qualcosa di nuovo e a mettersi in cammino. Il funzionario del re comprese che il Signore non lo stava né rimproverando, né esaudendo, ma lo stava chiamando.
Va’, tuo figlio vive. – gli disse.
L’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino
(Gv 4,46-54).

 

Dopo che Gesù aveva moltiplicato il pane, la gente voleva farlo re perché aveva visto il miracolo e si era saziata. Ma quando si trattò di ascoltare e accogliere la sua parola, non ne volle sapere, perché era una parola dura (Gv 6,60).
Il miracolo-che-si-vede costringe a credere, la parola dura di Gesù costringe a scegliere.
E anche chi se ne va sceglie una strada.
Giuda, uno dei Dodici, l’avrebbe percorsa.
La sera della cena, dopo avere preso il pane dalle mani di Gesù, se ne andò.
Ed era notte – scrive Giovanni (Gv 13,21-30).

 

In quella stessa sera, Pietro confermò la fede che aveva professato nella sinagoga di Cafarnao: Signore darò la mia vita per te.
Come risposta, Gesù gli annunciò il triplice rinnegamento (Gv 14,37-38).
In Pietro c’è un eccesso di parola detta e poco ascolto della parola.
Per quanto possa sembrare paradossale, era come se i Dodici che avevano trascorso tre anni con Gesù, dovessero ancora iniziare il loro cammino.
Con la sola eccezione del discepolo che non ha nome perché porta il nome di ciascuno di noi. Il Discepolo Amato che stava sotto la croce (Gv 19,25).
Il Discepolo Amato che la mattina del primo giorno della settimana, corse più forte di Pietro e arrivò per primo al sepolcro e, per primo, davanti ad uno spazio vuoto e a teli che non contenevano più nulla, vide e credette (Gv 20,8).
Che cosa vide? Niente.
Ma in quel vuoto percepì la Presenza.
Credette senza vedere.

 

Tommaso invece, che era stato presente a tutti i segni che Gesù aveva compiuto, dalle nozze di Cana alla risurrezione di Lazzaro, voleva vedere e toccare, mettere le mani sul mistero e sulle ferite del corpo del Signore.
Io crederò solo se vedo e tocco il segno e il prodigio.

 

E Israele vide la grande potenza che il Signore aveva spiegato contro gli egiziani, e il popolo temette il Signore; ed essi credettero nel Signore e nel suo servo Mosè (Es 14,31). Commentando questo versetto rabbi Meir diceva: Pur avendo visto i miracoli con i loro stessi occhi, essi avevano ancora bisogno di fede, poiché la fede è superiore alla visione; con la fede si vede più che con gli occhi.

 

Tommaso, come il funzionario del re, come Pietro e come gli altri doveva mettersi in cammino e l’avrebbe fatto, otto giorni dopo, quando Gesù tornò in quella stessa stanza. Tornò e si fece vedere e toccare solo per lui, per insegnargli a credere senza vedere.

 

E il Signore continua a tornare, solo per noi, per confermare la beatitudine riservata a noi che non abbiamo visto e che, nonostante tutto, con le nostre paure e i suoi silenzi, i nostri dubbi e il suo infinito amore, ci ostiniamo a credere.
Tommaso, uno dei Dodici, detto Didimo, il gemello, il nostro fratello gemello.

 

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto (Gv 20,29). A noi spetta dunque questa beatitudine che capovolge quella annunciata: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete! Perché vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi vedete e non l’hanno visto” (Lc 10,23-24; Mt 13,16-17). A noi spetta la disperata beatitudine delle sterili e degli eunuchi (Sap 3,13-14), dei piangenti (Mt 5,5) e dei morti (Ap 14,13).
(Sergio Quinzio)