PASCERE
3 maggio 2020, IV DI PASQUA A
(At 2,14a.36-41; SI 23/22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10)

 

In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte è un ladro e un brigante…Io sono la porta delle pecore (Gv 10,1.7)

 

La prima volta che Gesù, il buon pastore, fece il suo ingresso nel cortile del tempio, nel racconto che ne fa l’evangelista Giovanni, non entrò con il suo bastone e il suo vincastro, ma con una frusta di cordicelle.
E con la frusta cacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui tutte queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! (Gv 2,13-16).

 

Il termine che l’evangelista usa per definire il recinto delle pecore non ha a che fare con animali e ovili ma con i cortili recintati del tempio e da questo spazio sacro, Gesù iniziò la vita pubblica.
Erano i giorni della Pasqua, la sua prima Pasqua, e i cortili del tempio erano pieni di ladri e briganti. Gli agnelli sacrificati per la festa erano per Gesù un’immagine potente di uomini e donne che venivano sacrificati dai pastori di Israele che, come aveva profetizzato Ezechiele sei secoli prima, pensavano solo a pascere se stessi, a nutrirsi di latte e rivestirsi di lana. Pastori che guidavano il gregge che Dio aveva loro affidato con crudeltà e durezza, senza preoccuparsi di rendere forti le pecore deboli e di curare le inferme, di fasciare quelle ferite e riportare quelle disperse.
Perciò, così dice il Signore Dio: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quelle malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia (Ez 34).

 

Gesù ha la pretesa di presentarsi come l’unica porta che immette nello spazio sacro del tempio. La via a Dio passa attraverso di lui e non esiste altro passaggio. Le strade che arrivano a quell’unica porta possono essere molteplici, ma il passaggio attraverso lui è necessario e inevitabile.
Gesù fa entrare nel Regno del Padre suo chi l’ha amato e cercato, anche senza conoscerlo, prendendosi cura dei fratelli più piccoli (Mt 25,40).
Come, d’altra parte, non fa entrare e chiude la porta a chi bussa gridando con insistenza: Signore, Signore! senza avere compiuto la sua volontà (Mt 7,21-22).

 

La prima pecora, se così si può dire, che bussò alla porta di Gesù, fu il vecchio rabbi Nicodemo (Gv 3). Accadde subito dopo la plateale cacciata dai cortili del tempio di ladri e briganti. Nicodemo era un maestro in Israele.
Forse andò da Gesù di notte per non farsi vedere.
O forse perché nel gesto violento di Gesù aveva percepito una parola nuova, come un vento improvviso di cui senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va (Gv 3,8).
Forse Nicodemo percepì in quella violenza la stessa passione che animava i profeti che non alzavano la voce per terrorizzare il popolo, ma per metterlo in guardia.
I ladri e i briganti scassinano case, rubano cose e, a volte, uccidono il corpo.
Ma i ladri e i briganti più pericolosi sono quelli che costruiscono recinti, sacri o profani che siano, dove non ci sono porte né per entrare, né per uscire, sono quelli che si prendono l’anima con parole seduttive, che incatenano parlando di libertà, e che abusano di Dio e della sua parola, nominando invano il Suo nome per sostituirsi a lui.
Forse Nicodemo era nei cortili del tempio quando Gesù entrò con la frusta di cordicelle in mano.
Non fate della casa del Padre mio un mercato! – aveva gridato.
Parole che riportarono alla memoria dei discepoli le parole di un salmo: Mi divora lo zelo per la tua casa (Sl 69,10) e lacerarono il cuore di Nicodemo come un colpo di frusta che aprì una breccia nel recinto della sua coscienza.
Lui, maestro di Israele rispettato e onorato, non era poi così diverso dai mercanti e dai cambiavalute che affollavano i cortili del tempio.

 

Non sappiamo se Nicodemo abbia voluto incontrare Gesù di notte solo non farsi vedere.
Ma sappiamo che nel quarto evangelo, la notte più che un’indicazione cronologica, indica uno stato d’animo, una condizione esistenziale (Gv 13,30; 20,21).
La fede di Nicodemo era immersa nel buio sterile della sua scienza e delle sue molte conoscenze.
Quei colpi di frusta gli avevano aperto ferite che lui percepì come una chiamata, come se Gesù lo chiamasse per nome.
Il Signore parlò una notte intera con lui e poi lo lasciò andare.
Nicodemo era arrivato con il peso della sua cultura – Noi sappiamo! – ma se ne andò con la grazia del silenzio.
Gesù lo lasciò entrare e uscire, perché la porta non è un posto dove ci si ferma, ma un luogo di passaggio.
Passando attraverso la porta che era Gesù, Nicodemo avrebbe potuto ritrovare la via che portava al Padre, ma il Signore non fece nulla per tentare di convincerlo, di portarlo dalla sua parte.
Nicodemo aveva percepito una chiamata, ora toccava a lui decidere cosa farne.

 

Il cammino di Nicodemo attraversa tutto l’evangelo di Giovanni.
È il primo dei personaggi pubblici che si incontra/scontra con Gesù e l’ultimo a stringerlo tra le braccia.
Dopo il primo incontro notturno nei giorni della Pasqua, Nicodemo prese le timidamente le difese di Gesù, quando ci fu un tentativo di arrestarlo.
In quell’occasione fu liquidato con disprezzo dai suoi amici farisei: Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta (Gv 7,50-52).

 

Gesù fu crocifisso sulla cima del Golgota la vigilia della terza Pasqua, alle tre del pomeriggio, nell’ora in cui nei cortili del tempio si sgozzavano gli agnelli per la festa.
Fu in quel pomeriggio che Nicodemo prese la sua decisione e accolse Gesù come l’unica porta che conduce al Padre.
Quando il pastore fu ucciso e il gregge fu disperso, Nicodemo uscì dal cortile del tempio, attraversò la porta di Efraim, nel lato nord occidentale delle mura, e salì verso quel luogo impuro che era il Golgota (Gv 19,39-40).
In quella valle oscura – com’è scritto nel salmo – sentì di non temere alcun male.
Perché Tu sei con me – si ripeteva – mentre con un vaso pieno di mirra e aloe, saliva verso l’ovile, dove il pastore buono e bello lo stava chiamando per nome (Sl 23,4).

 

Come il ladro distrugge e devasta, così il Signore edifica. Egli porta la vita e la porta in abbondanza. Tutto ciò che porta è vita e tutto ciò che è vita e movimento verso Dio. Il Signore non dà in prestito la sua grazia, ma la dona con sovrabbondanza. La via al Padre passa per una sovrabbondanza di vita.
(Adrienne Von Speyr)