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10 maggio 2020, V DI PASQUA A
(At 6,1-7; SI 33/32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)

 

Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6)

 

Gesù iniziò il suo ultimo discorso ai discepoli con le parole: Non sia turbato il vostro cuore!
Ma quella notte, dopo la cena, il cuore dei discepoli fu molto turbato e nessuno di loro sopportò il peso degli eventi.
Nessuno, a parte il Discepolo Amato.
Giuda, dopo aver preso il boccone dalla mano di Gesù, era uscito dalla sala ed era precipitato nel buio profondo della notte (Gv 13,30).
Aveva preso la sua decisione e imboccato la sua strada.
Non c’è dato di sapere quanto ne fosse consapevole o quanto fosse in balia di un potere che andava oltre la sua stessa volontà, come se il tradimento fosse necessario al compimento dell’ora di Gesù.
In ogni caso Giuda era uscito e Gesù era rimasto con Undici discepoli, ai quali rivolse il suo ultimo, lungo discorso.
Un congedo interrotto dalle domande, spesso inopportune, dei discepoli.

 

L’ironia del quarto evangelista mette in bocca a Tommaso la domanda sulla via.
Signore
, – gli disse – non sappiamo dove vai. Come possiamo conoscere la via?
Tommaso era il discepolo che pochi giorni prima fu incoraggiato a seguire Gesù lungo la via della morte (Gv 11,16).
Io sono la via…
– gli rispose Gesù.

 

Nel libro dei Salmi l’immagine della via, della strada, del cammino ricorre con frequenza.
Il primo salmo inizia con la beatitudine riservata all’uomo che cammina nelle vie del Signore. A quell’uomo beato si contrappone – insegnano i maestri – colui che nel cammino si lascia tentare di seguire il consiglio degli empi. Poi la curiosità lo farà indugiare nella via dei peccatori, e l’indugiare, infine, lo porterà sedersi in compagnia degli stolti (Sl 1,1).
Lo stolto era partito camminando e finisce seduto.

 

Nei salmi non c’è Provvidenza per l’uomo seduto. La Provvidenza conosce soltanto l’uomo che cammina (Paul Beauchamp).

 

Ma c’è un tempo per ogni cosa – è scritto nel libro del Qohelet (Qo 3,1).
Tu, per ora non puoi seguirmi; – aveva detto Gesù a Simon Pietro – mi seguirai più tardi (Gv 13,36).
Più tardi significa dopo, ma anche dietro, perché questo è il posto del discepolo.
Ma a Pietro quel ‘più tardi’ non era piaciuto e, spinto più dall’orgoglio che dall’amore, cercò di seguire la via di Gesù più e meglio degli altri.
Tra gli ulivi del Getzemani estrasse la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro per impedire che il Signore fosse arrestato.
Ma, paradossalmente, quel gesto che voleva difendere Gesù, in realtà lo ostacolava nel cammino.
Rimetti la strada nel fodero: – gli disse Gesù – il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo? (Gv 18,10-11).
Le intenzioni di Pietro erano buone, ma stava percorrendo la sua via, non seguiva quella che il Padre aveva tracciato per il Figlio.
Come se non bastasse, poche ore dopo, entrò nel cortile del palazzo del sommo sacerdote e per tre volte negò di conoscere Gesù: Io non sono discepolo di colui che diceva Io Sono! (Gv 18,17.25-27).

 

Io sono la via – aveva detto Gesù.
E la via che era Gesù portava al Calvario.

 

Solo il Discepolo Amato seguì in silenzio la via del Maestro.
Il discepolo che non ha nome perché porta il nome di ogni discepolo che sperimenta l’amore di Gesù.
È il discepolo che nel Quarto Evangelo dice una sola parola: È il Signore (Gv 21,7).

È il discepolo che cammina perché rimane con il Maestro (Gv 1,39), che fa strada perché appoggia il suo capo sul petto di Gesù (Gv 13,25), che lo segue perché sta sotto la croce (Gv 19,25), che corre perché crede a ciò che non si vede con gli occhi (Gv 20,4-8), che conosce perché sa riconoscere il Signore (Gv 21,7).
La via del credente non è un luogo, né un mezzo per raggiungere un luogo, ma una persona da amare, in cui credere e da seguire.

 

Io sono la via – aveva detto Gesù ai suoi amici durante la cena.
Questa via sembrò terminare sulla cima del Golgota, dove Gesù fu crocifisso.
Ma la fede del Discepolo Amato e delle donne che stavano sotto la croce, permise loro di vedere nella croce un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo e le cui foglie non appassiscono (Sl 1,3), e nel sangue che uscì dal cuore trafitto di Gesù una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14).
Il Calvario non è un punto d’arrivo, ma un crocevia dal quale si dipartono quattro vie, una per ogni punto cardinale, strade che portano in ogni angolo della terra.

 

Nei salmi si chiede a Dio di spianare la strada a chi crede (Sl 5,9), e di insegnare agli umili la sua via e di guidarli sulla via dei suoi comandamenti (Sl 119,27) e sulla via dell’eternità (Sl 139,24).

 

Con l’aiuto di Dio e non con la debole forza della nostra volontà possiamo percorrere la via che è Gesù.
Lo capirai più tardi – aveva detto Gesù a Pietro la sera della cena. E Pietro lo comprese solo alla fine, quando, dopo un lungo cammino sulle strade dell’impero, giunse a Roma.

 

Quando sarai vecchio – gli aveva predetto Gesù sulla riva del mare di Tiberiade – tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi (Gv 21,18).
Alla fine e solo alla fine, quando un altro lo portò dove non avrebbe voluto andare, Pietro comprese che quella era la via che il Signore aveva tracciato per lui e che, nonostante tutte le sue fragilità, i suoi tradimenti, la sua presunzione, l’aveva percorsa.
Non era così sicuro di avere amato il Signore come avrebbe voluto o dovuto, ma era certo che il Signore da sempre l’aveva cercato, chiamato e amato.
Il cuore di Pietro non era turbato quando lo crocifissero sulla collina, a testa in giù.
Gli sembrò piuttosto, qualche istante prima di morire, da quella posizione rovesciata, di riuscire finalmente a vedere il mondo, la storia e la sua piccola, insignificante vita dalla giusta prospettiva.

 

Tutta la vita spirituale, o meglio, tutta la lotta spirituale fatta di fatiche del corpo e dell’anima, di perseveranza, di digiuno, di momenti di sconforto e di abbattimento, non è che una continua tensione verso una comunione d’amore con Dio sempre più perfetta.
(Matta el Meskin)