CONSOLARE
17 maggio 2020, VI DI PASQUA A
(At 8,5-8.14-17; SI 66/65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)

 

Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore
perché rimanga con voi per sempre (Gv 14,16)

 

Solo due discepoli avevano compreso ciò che sarebbe accaduto in quelle ultime ore della vita di Gesù. Due discepoli che sedevano ai lati opposti del tavolo dove stavano consumando la cena, pochi giorni prima della Pasqua.
Giuda e il Discepolo Amato.
Discepoli silenziosi che nel quarto evangelo pronunciano pochissime parole.
L’unico intervento di Giuda fu durante la cena a Betania, nella casa delle sorelle di Lazzaro, quando criticò il gesto di Maria che aveva ‘sprecato’ sui piedi di Gesù trecento grammi di un profumo di puro nardo, assai prezioso (Gv 12,1-8).
Il Discepolo Amato dice solo: È il Signore! (Quando chiese a Gesù chi fosse il traditore era solo il portavoce di Pietro: Gv 21,7; 13,25).
Giuda e il Discepolo Amato stanno agli antipodi, ma entrambi amavano il Signore più di tutti gli altri, lo amavano di un amore estremo.
Per Giuda, Gesù venne meno alle sue promesse e lo tradì perché si sentì tradito da lui.
Il Discepolo Amato, invece, rimase perché continuò a sentirsi amato da Gesù, anche se sapeva che se ne stava andando.

 

Nell’ultimo, lungo e tormentato discorso ai suoi amici Gesù fece una promessa.
Lui se ne andava, ma avrebbe pregato il Padre che avrebbe dato loro un altro Consolatore, il Paraclito (colui che è chiamato presso), che sarebbe rimasto per sempre con loro.

 

Tutta la storia biblica è fondata su una promessa e sulla fiducia concessa a questa promessa.
Abramo ricevette l’ordine di partire con la promessa di una terra e di una discendenza ed era partito fidandosi di questa parola (Gen 12,1-4).
Alla fine della sua vita l’unico pezzo di terra che possedeva era una grotta che aveva acquistato a una cifra spropositata per seppellirvi sua moglie Sara (Gen 23,16-20).
Alla fine della sua vita la sua discendenza che, secondo la Parola del Signore, doveva essere numerosa come le stelle del cielo (Gen 15,5), era ridotta a un unico figlio, Isacco. Nonostante tutto Abramo credette al Signore e gli rimase fedele anche se, quando morì, quella promessa era solo un piccolo seme.

 

Anche la vita di Mosè fu segnata dalla promessa di una terra.
Chi sono io – aveva detto davanti al roveto – per affrontare Faraone?
Io sarò con te. – gli aveva risposto il Signore (Es 3,11.12).
E questa promessa doveva bastare.
Come Abramo, anche Mosè si fidò di quella parola e partì trascinandosi dietro un popolo dalla dura cervice. E quando, quarant’anni dopo, giunse finalmente ai confini della Terra Promessa, il Signore non gli permise di entrare.
Con la vista ancora buona, a centovent’anni, Mosè vide la Terra Promessa dalla cima del Pisga, sul monte Nebo: dai monti del Libano a nord fino al deserto di Zin, a sud, dalla linea azzurra del Giordano a oriente, fino al grande mare a occidente.
Mosè morì lassù, come un eterno straniero, morì sulla bocca di Dio, rimanendo fedele a una promessa che vide solo da lontano (Dt 34,1-5).
La vita del credente è un cammino sulla fiducia, sul credito dato a una promessa.
I Salmi, la preghiera che dà voce a dubbi e paure, a speranze e a inspiegabili certezze, esprimono questa fiducia nel Dio che mantiene le promesse. Solo sulla consolazione del Signore si può fare affidamento, perché spesso gli uomini non sono affidabili.
Ho atteso consolatori, ma non ne ho trovati (Sl 69,21), ma tu, Signore, mio soccorso e mio consolatore (Sl 86,17), tornerai a consolarmi (Sl 71,21).
Questo mi consola nella miseria, la tua parola mi fa vivere (Sl 119,50).
E per bocca di Isaia, il principe dei profeti, Dio dice al suo popolo: Io, io sono il tuo consolatore (Is 51,12). Come una madre consola un figlio così io vi darò consolazione, in Gerusalemme sarete consolati e gioirà il vostro cuore (Is 66,13).

 

Non vi lascerò orfani – dice Gesù nel momento in cui sta per andarsene.
Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre.

 

Nel quarto evangelo il dono dell’altro Consolatore non scese sugli apostoli 50 giorni dopo la Pasqua, durante la festa di Pentecoste, ma alle tre del pomeriggio di un venerdì, vigilia della festa di Pasqua, che quell’anno cadeva di sabato.
Probabilmente era il 7 aprile dell’anno 30.
Nell’evangelo di Giovanni, Gesù in croce non ha i tratti disperati che ritroviamo negli altri evangeli. Non grida al Padre il suo abbandono (Mt 27,46; Mc 15,34).
In croce Gesù è il re dei Giudei (Gv 19,19), il Signore verso il quale tutti volgeranno lo sguardo (Gv 19,37).
La Madre, il Discepolo amato e le altre donne che stanno sotto la croce, vedono nel corpo sfigurato del Figlio la luce della sua trasfigurazione e il pieno compimento della promessa (Gv 19,25-27).
È compiuto! – disse – E chinato il capo, consegnò lo spirito (Gv 19,30).
Amò i suoi sino alla fine (Gv 13,1) e, tornando al Padre, non li lasciò orfani ma consegnò l’altro Consolatore.
Sul Golgota nessuno dei Dodici era presente, a parte il Discepolo Amato.
Ma Gesù porterà lo Spirito anche agli altri, la sera di quello stesso giorno e poi, otto giorni dopo, per Tommaso.
Dovevano essere nel mondo e nella storia i testimoni della presenza del Dio che consola, che sta con chi è solo.

 

Ci sono giorni nei quali dubitiamo delle promesse del Signore e pensiamo che non ci sia alcuna beatitudine per chi crede e, come orfani, non sentiamo la presenza dell’Altro Consolatore, lo Spirito che dovrebbe rimanere sempre a fianco di chi è solo.

 

Ma se, nonostante tutto, come Abramo e Mosè, come la Madre e il Discepolo Amato, continuiamo a combattere la buona battaglia e a conservare la fede (2Tm 4,7) e non ci lasciamo sopraffare dalla delusione e dalla sfiducia, è proprio per la Presenza invisibile e reale, silenziosa e potente del Paraclito, lo Spirito che consola e rimane con noi sempre.

 

La consapevolezza di Dio è vicina al credente quanto il battito del proprio cuore, spesso calma e profonda ma talvolta soverchiante, inebriante, tale da infuocare l’anima. La realtà grandiosa di Dio è presente come un senso di pace, di potenza, di infinita tranquillità, come un’inesauribile fonte d’aiuto, come una compassione senza limiti, come un cancello aperto che aspetta l’orante. Accade talvolta che la vita dell’uomo religioso è talmente rapita in Dio che il cuore gli trabocca come un calice nella mano di Dio.
(Abraham J. Heschel)