DUBITARE
24 maggio 2020, ASCENSIONE DEL SIGNORE A
(At 1,1-11; SI 47/46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20)

 

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono (Mt 28,17)

 

Dopo aver incontrato il Signore risorto, le donne riferirono agli apostoli ciò che aveva detto loro: Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno (Mt 28,10).
E gli Undici si fecero trovare puntuali all’appuntamento, esattamente là, dove Gesù aveva ordinato che andassero, in Galilea.
Anche se l’evangelo non precisa il nome della montagna, viene da pensare a quella delle Beatitudini, dove Gesù, circondato dalla folla e dai discepoli, aveva annunciato l’evangelo del regno ai poveri e agli afflitti, ai miti e agli affamati e assetati di giustizia, ai misericordiosi e ai puri di cuore, ai pacifici e ai perseguitati per la giustizia (Mt 5,1-11).
Dalla montagna dove tutto era cominciato, tutto doveva ricominciare.

 

Quando i discepoli videro il Signore, si prostrarono davanti a lui e lo adorarono.
Non l’avrebbero fatto se non fossero stati certi della sua reale presenza, del fatto inconfutabile che non avevano a che fare con un fantasma.
Eppure, dopo averlo adorato, essi dubitarono.

 

Si discute molte se a dubitare siano stati solo alcuni di loro o tutto il gruppo.
In ogni caso l’evangelo non nasconde un particolare che potrebbe essere imbarazzante per l’immagine degli apostoli. È come se volesse insegnarci che nella vita del discepolo di Gesù la fede e l’amore sono strettamente intrecciati con i dubbi e le paure.
Il dubbio è compagno inseparabile della fede itinerante (J. Radermakers).

 

Solo in un'altra occasione ritroviamo il verbo dubitare nel primo evangelo (Mt 14,22-31).
Il fatto avvenne sempre in Galilea, ma in quel luogo liquido e instabile delle acque del lago e non sul terreno solido e affidabile della montagna.
In piena notte con il lago in tempesta e la barca sballottata dalle onde, i discepoli videro Gesù che veniva verso di loro camminando sul mare.
Per avere la certezza di avere a che fare con il Signore e non con un fantasma, Pietro chiese a Gesù di farlo camminare sulle acque.
Gesù gli disse: Vieni!
Pietro scese dalla barca ma poi il buio, il mare agitato e il vento spazzarono via la sua presunzione, sentì tutta la pesantezza del suo corpo e cominciò ad affondare.
Ti prego Signore salvami – gli gridò.
Gesù tese la mano, lo afferrò ma non gli risparmiò quella parola che Pietro non avrebbe mai più dimenticato: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?

 

Alla fine, in Galilea, sulla montagna del loro ultimo incontro, il Signore non rimproverò quel gruppo di undici uomini di poca fede per aver dubitato e non si pentì di averli scelti per la missione.
Perché il dubbio è l’altra faccia della fede.
Presumere si oppone al credere, non dubitare.
E nella vita del discepolo convivono necessariamente il credente e il dubitante.
Da sempre il Dio di Israele aveva chiamato uomini che avevano sollevato dubbi e perplessità su se stessi oltre che sul buon senso del Dio che li sceglieva.

 

Abramo aveva chiesto al Santo Benedetto come potesse mantenere la promessa di far nascere da lui una discendenza numerosa come le stelle del cielo con una moglie sterile e vecchia come lui (Gen 15,2).
Mosè aveva chiesto al Signore come potesse affrontare Faraone, impacciato di bocca e di lingua com’era (Es 3,10).
E Geremia aveva obiettato che era solo un ragazzo, troppo giovane e inesperto per fare il profeta (Ger 1,6).

 

La risposta di Dio, che chiudeva ogni discussione, era una sola: Non temere! Io sono con te, sono il tuo scudo (Gen 15,1; Es 3,11-12; Ger 1,8).

 

Il Signore non ha bisogno di uomini tutti d’un pezzo che diventano idoli, di eroi che affrontano il mondo armati di certezze.
Egli si affida a un piccolo esercito di credenti-dubitanti e a loro affida il compito di fare suoi discepoli tutti i popoli.
Non dovranno trasmettere una dottrina, insegnare una morale, ma creare un legame vitale, una relazione personale e una sequela con il Cristo.
Il paradosso del discepolo è che dovrà insegnare senza diventare maestro, che dovrà educare alla fede rimanendo discepolo dell’unico Maestro.
È un paradosso inevitabile, come l’essere, nello stesso tempo, credenti e dubitanti.
E com’è paradossale l’ultima parola di Gesù riportata dall’evangelo di Matteo che promette di rimanere con loro nel momento stesso in cui se ne va.
Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

 

I discepoli partirono per annunciare l’evangelo del regno in ogni angolo della terra con la fiducia riposta in questa paradossale promessa e non nelle loro forze.
Un piccolo esercito di uomini e donne senza strategie e senza mezzi.

 

Qualche anno dopo, uno di loro, un apostolo della seconda ora, li avrebbe definiti in modo perfetto: Noi portiamo un tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi (2Cor 4,7-9).

 

Oggi come allora i discepoli di Gesù continuano ad adorare e a dubitare, ad affondare sotto il peso del dubbio per essere riportati in salvo dalla mano tesa di Gesù e dalla sua parola che conferma la promessa: Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

 

Non vi è fede a prima vista. Chi crede facilmente, dimentica facilmente. La fede è preceduta dal timore, da atti di stupore di fronte alle cose che percepiamo ma non possiamo comprendere. Dobbiamo capire che la nostra fede non riguarda solo noi ma anche Lui; che più importante della nostra volontà di credere è la Sua volontà che noi crediamo. Soltanto nella sua luce vedremo la luce (Sal 36,10).
(Abraham J. Heschel)