PARLARE
31 maggio 2020, PENTECOSTE A
Messa vespertina della vigilia: Gen 11,1-9; SI 33/32; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39
Messa del giorno: At 2,1-11; Sl 104/103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

 

Ed essi furono pieni di spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue
come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,4)

 

Gerusalemme fu la meta del cammino di Gesù (Lc 9,51).
Nei cortili del suo tempio predicò l’evangelo del Regno, appena fuori delle sue mura fu crocefisso e dopo tre giorni risuscitò (Gv 19,30; 20,2). Da Gerusalemme salì al cielo (At 1,9) e, dieci giorni dopo, sempre a Gerusalemme gli apostoli ricevettero il dono dello Spirito Santo (At 2,2-4). Infine, da Gerusalemme gli apostoli partirono per annunciare la Parola di Gesù in ogni angolo della terra.
Gerusalemme è l’antitesi di Babele.

 

Dopo il diluvio, i figli dei figli di Noè si dispersero secondo le loro famiglie, secondo le loro lingue, nelle loro terre, nelle loro genti (Gen 10.5.20.31).
Nimrod, discendente di Cam, cominciò a essere potente sulla terra e a Babele, nella regione di Sinaar, pose le basi del suo regno (Gen 10,8-10).
Rashi afferma che fu proprio di Nimrod l’idea di costruire una città e una torre la cui cima toccasse il cielo, e di farsi un nome per non disperdersi su tutta la terra (Gen 11,4).
Dopo il diluvio Dio aveva voluto disperdere i figli di Noè per ripopolare la terra ma Nimrod, capo potente e carismatico, cercò di innescare un processo opposto.
Dio aveva creato il cielo e la terra in sette giorni, con la varietà dei suoi elementi, dei tempi e delle stagioni. E affinché l’uomo non fosse solo, creò la donna, che era carne della sua carne, ma altra da lui, gli stava di fronte, lo completava perché diversa (Gen 1-2).
Secondo un’etimologia popolare Babele significherebbe Porta di Dio.
Ma in realtà Babele è una porta sbattuta in faccia a Dio, lo sforzo sovrumano di far coesistere in una stessa città, sotto una sola bandiera e un’unica ideologia, tutte le nazioni della terra. Un’operazione ridicola che purtroppo produce da sempre sofferenza e morte.
Per quanto alta possa essere una torre costruita da mani d’uomo, essa rimane sempre un patetico tentativo di raggiungere il cielo.
Con sottile ironia, il testo biblico fa notare che questa torre è talmente bassa che Dio è costretto a scendere per risistemare le cose (Gen 11,7).

 

La torre di Babele può essere eretta alta e possente, ignorando e non riconoscendo la grande verità che il Cielo sia, a sua volta, ancora più alto. L’essere umano vuole essere sovrano non solo del mondo tangibile, ma anche di quello spirituale (Rabbi Joseph Dov Beer Soloveitchik).

 

Gli apostoli non attesero il dono dello Spirito Santo sulla cima di una torre, ma in una stanza al piano superiore di una casa come tante altre di Gerusalemme (At 1,13).

 

Se a Babele gli uomini faticavano sotto il sole per fabbricare i mattoni necessari a costruire la torre (molti secoli dopo i figli di Israele, schiavi in Egitto, saranno costretti alla stessa opera, Es 1,14), a Gerusalemme gli apostoli rimasero semplicemente in attesa, senza far nulla. Il dono del Consolatore non dipendeva dai loro sforzi, dalla loro intelligenza, dalla purezza delle loro intenzioni e dei loro comportamenti. Gli apostoli non erano eroi tutti d’un pezzo come Nimrod ma uomini con il cuore spezzato che avevano tradito e abbandonato il Signore nel momento del pericolo. 
Ma l’esperienza del peccato e del tradimento invece di travolgerli, li aveva liberati da ogni presunzione e in quello spazio vuoto lo Spirito poté entrare e riempire non solo tutta la casa dove si trovavano, ma anche tutti quelli che vi si trovavano dentro.
Ciò che sperimentarono in quel mattino a Gerusalemme fu pura Grazia.

 

Se in principio, a Babele, si cercò di imporre una parola unica che alla fine produsse una generale incomprensione (Gen 11,7), nel giorno di Pentecoste, a Gerusalemme, ci fu una moltiplicazione delle lingue, che invece di confondere e creare caos, produsse una generale armonia.
Ognuno comprendeva perfettamente le parole dell’altro, qualunque lingua parlasse.
Erano Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e Proseliti, Cretesi e Arabi.
Quell’elenco apparentemente sterile di nomi contiene la musicalità della poesia e la forza della profezia.
Così Isaia aveva visto Gerusalemme, sette secoli prima: Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore / sarà saldo sulla cima dei monti e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri (Is 2,2-3).

 

Quel giorno i discepoli furono ordinari strumenti di uno straordinario miracolo.
Con le parole che uscivano liberamente dalla loro bocca, lo Spirito Paraclito, il Consolatore che si fa vicino a chi è solo, avvicinò uomini e donne senza fonderli e senza confonderli, lasciando intatta la loro identità e la loro originalità, secondo le loro famiglie, secondo le loro lingue, nelle loro terre, nelle loro genti, com’è scritto nel libro della Genesi.
Una nuova creazione, come in principio.

 

Lo spirito di Babele tende ad accentrare e a creare un linguaggio e un pensiero unico.
Lo Spirito di Gerusalemme, al contrario, decentra, fa uscire e moltiplica le parole.
Una parola ha detto Dio, due ne ho udite – è scritto nel Salmo (62,12).
Questa fu l’opera degli apostoli a partire dal giorno di Pentecoste. Con la ricchezza e la povertà del loro linguaggio, con la ricchezza e la povertà della loro vita partirono da Gerusalemme per annunciare in ogni angolo della terra, in mille modi diversi l’unica Parola divina, Gesù.
In quel Nome è contenuto tutto l’Evangelo, la buona notizia che Dio ha dato agli uomini in cammino verso la Gerusalemme celeste, città che fu mostrata in visione a Giovanni, l’ultimo evangelista, nell’ultimo libro biblico.
A differenza di Babele, la città che tentò di salire verso il cielo, Giovanni vede la città santa, Gerusalemme che scende dal cielo. È cinta da grandi e alte mura, ma ha dodici porte, tre per ogni punto cardinale. Non c’è torre, né tempio, perché il Signore Dio e l’Agnello sono il suo tempio e non ha bisogno della luce del sole perché la gloria di Dio la illumina e sua lampada è l’Agnello. Tutte le nazioni cammineranno alla sua luce e le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte (Ap 21,9-27).

 

L’essere umano ha sviluppato una qualità demoniaca, ossia la rivendicazione di un potere illimitato – ahinoi, dell’infinità stessa –. Il suo orgoglio è pressoché senza freni, la sua immaginazione arrogante, aspirando al totale e assoluto controllo di ogni cosa. Al pari dell’umanità dei tempi remoti, è impegnato nella costruzione di una torre la cui sommità dovrebbe perforare il Cielo. Egli si è intossicato delle sue stesse avventure e vittorie e sta ora ulteriormente scommettendo su un dominio senza limitazioni.
(Rabbi Joseph Dov Beer Soloveitchik)