DISSETARE
7 giugno 2020, SS. TRINITÀ A
(Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)

 

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16)

 

Dopo avere udito la voce di Dio, Mosè desiderava vedere il suo volto.
Mostrami la tua Gloria – gli disse.
Tu – gli rispose il Santo Benedetto – non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Aggiunse il Signore: Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere (Es 33,18-23).
E così era accaduto.
Dio gli era sfilato davanti lasciando cadere dietro di sé i suoi Nomi, come sassolini bianchi sul sentiero, tracce della sua presenza sulle strade degli uomini: Il Signore, il Signore, misericordioso, pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione…
Per un istante Mosè vide Dio di spalle, prima che si allontanasse e scomparisse, poi sentì che una ferita gli si apriva nel cuore, un desiderio struggente di quel volto che non aveva potuto vedere, una nostalgia che l’avrebbe lacerato e consolato, che gli avrebbe riempito gli occhi di lacrime e il cuore di fiducia.
Mosè avrebbe continuato a cercare il volto di Dio per tutta la vita.
Avrebbe continuato a seguire e a inseguire il Suo Mistero nel deserto, luogo dell’aridità e della solitudine, del pericolo e della paura. Un Dio vicino e lontano, presente e assente, che parlava con lui faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico (Es 33,11), ma senza lasciarsi vedere.
Solo alla fine, quarant’anni dopo, tra le pietraie del Monte Nebo, Mosè vide quel volto amato e cercato. Quando l’angelo della morte gli chiuse gli occhi, Mosè li aprì sulla Gloria di Dio e vide il suo volto.
Morì sulla bocca di Dio – dice il testo biblico (Dt 34,7).
E i maestri aggiungono: Non si può non vedere il volto di Colui che ti bacia.

 

Il salmo 42 racconta il desiderio del credente di vedere il volto di Dio.
Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (42,2-3).

 

Per il salmista il desiderio di Dio è l’esperienza umana più vitale, necessaria per sopravvivere come il bisogno dell’acqua.
Una cerva assetata, spinta dal più elementare istinto, con la sua lacerante sofferenza di sopravvivenza, diventa maestra di vita spirituale.

 

Gesù non è venuto per trasmetterci una morale o per insegnarci a vivere in pace con noi stessi e con gli altri, ma per risvegliare in noi la sete di Dio, la nostalgia del Padre.
Perché spesso, come scrive Geremia, l’uomo abbandona Dio, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua (Ger 2,13).
E inoltre con la sua presenza e la sua parola, Gesù ci ricorda che anche il Padre ha sete di quanti hanno sete di Lui e brama il gemito dei propri eletti e giusti (Elena Loewenthal).

 

Fermo al pozzo di Giacobbe, presso Sicar, nell’ora più calda del giorno, Gesù chiese da bere a una donna la cui vita era una cisterna screpolata. La sete di quello sconosciuto pellegrino risvegliò in lei un'altra sete, un desiderio che era rimasto sepolto dentro il caos della sua esistenza. Aveva cercato di saziare il suo desiderio d’amore cambiando sei uomini che non le avevano dato ciò che cercava. Quel giorno, al pozzo, le parole di Gesù entrarono in lei come una sorgente d’acqua viva e sentì di aver trovato ciò che a lungo, senza saperlo, aveva cercato (Gv 4).
Il Signore chiese alla samaritana l’acqua da bere per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma del suo amore (Agostino, Commento al Quarto Vangelo).

 

Gesù ebbe sete della nostra stessa sete e il suo desiderio si compì sulla cima del Golgota.
Ho sete! – sono le sue ultime parole nel racconto di Giovanni (Gv 19,28).
E nel momento della massima aridità, nell’istante stesso della morte, con il suo ultimo respiro, consegnò lo spirito (Gv 19,30), dono che fu confermato dal colpo di grazia previsto dalla legge romana per i condannati a morte.
Dal suo cuore trafitto uscì sangue e acqua (Gv 19,34), una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14).

 

Quando potremo incontrare il nostro Dio e vedere il suo volto?
Non spetta a noi fissare questo tempo, i giorni che solo Dio sa conoscere e fissare sono tutti in mano sua (Sl 31,16). Com’è scritto nel salmo, il frutto verrà a suo tempo (Sl 1,3).
In questa terra siamo stranieri e pellegrini (1Pt 2,11), vediamo in modo confuso come in uno specchio (1Cor 13,12), seguiamo le tracce di sentiero dove Dio è passato lasciandosi intravvedere solo di spalle. La fede, come quella di Mosè, è il coraggio perseverante di attraversare il deserto con questa sete che lacera il cuore e lo riempie di speranza.
Perché abbatterti, anima mia, perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio (42,6.12: 43,5).

 

Il credente, come Mosè, insegue Dio nel deserto della propria vita, vedendolo solo di spalle e a distanza.
Come la samaritana, è invitato ad abbandonare la rassicurante consistenza del proprio pozzo per attingere acqua da una sorgente che non si vede.
E, come la Madre e il Discepolo Amato, gli è chiesto di alzare lo sguardo a colui che hanno trafitto per cercare la Vita nel cuore della morte (Gv 19,37).

 

Nel cammino della fede, in questa ricerca assetata di Dio, i momenti più critici sono quelli che custodiscono il tesoro più prezioso. Ne troviamo conferma e consolazione nelle parole dei salmi, in quelle dei poeti e in quelle dei santi.

 

Silvano del monte Athos (1886-1936) diceva che si conosce veramente Dio solo dopo averlo perso e che solo così c’è dato di riscoprirlo.

 

Un secolo prima, con parole diverse, lo scriveva in una sua poesia anche Emily Dickinson.
L’acqua è insegnata dalla sete. / La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore. / La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore da un’impronta di memoria. / Gli uccelli, dalla neve.

 

Suzanne disse: Io credo che il nostro compito… forse addirittura il nostro dovere… sia di… – La sua voce si fece calma, matura. – Di sopportare il peso del mistero con tutta la grazia possibile.
(Dal romanzo di Elizabeth Strout, Olive, ancora lei, Einaudi 2020)