RICORDARE
14 giugno 2020, CORPO E SANGUE DI CRISTO A
(Dt 8,2-3.14b-16a; Sl 147/146; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58)

 

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere
in questi quarant’anni nel deserto (Dt 8,2)

 

Il Deuteronomio, l’ultimo libro della Torah, riporta i discorsi che Mosè tenne al popolo nella piana di Moab, ai confini della Terra Promessa, dopo quarant’anni di cammino nel deserto.
Nel deserto Israele fu come un bambino, tenuto in braccio dal padre e imboccato dalla madre. Non poteva dimenticare quel tempo della sua infanzia senza rischiare di dimenticarsi di Dio che con la sua Parola l’aveva educato e messo alla prova per farlo crescere.
Ricordare è il verbo che ritorna con insistenza nei tre di discorsi di Mosè, riportati dal libro del Deuteronomio.

 

Ingresso e atto penitenziale
Quando entriamo in chiesa per partecipare all’Eucaristia, non varchiamo la soglia di un edificio, ma quella del tempo e dello spazio.
Per quanto piccolo sia il luogo di culto, esso ha la vastità sconfinata del deserto.
Per quanto breve sia il tempo della celebrazione, non dura mai meno di quarant’anni.
Il Signore ci fa uscire da una terra che spesso ci rende inconsapevolmente schiavi e ci dona un tempo di umiliazione e di prova per sapere quello che abbiamo nel cuore.
Non è Dio che vuole sapere, perché Egli già conosce quello che c’è nell’uomo (Gv 2,25).
Siamo noi che abbiamo bisogno di prendere coscienza di quello che abbiamo nel cuore.
Per questo iniziamo l’Eucaristia con l’atto penitenziale, riconoscendo il nostro peccato e chiedendo perdono.
Prima di iniziare la sua vita pubblica, anche Gesù è stato messo alla prova nel deserto per quaranta giorni per sapere ciò che aveva nel cuore (Mt 4 e Lc 4) e attraverso la prova e l’ascolto della Parola ha imparato l’obbedienza al Padre (Eb 5,8).

 

Liturgia della Parola
Riconoscere con umiltà la debolezza del proprio cuore, prepara all’ascolto della Parola del Signore (Dt 8,2-3). Ascolto necessario perché l’uomo non vive di soltanto pane, ma vive di quanto esce dalla bocca del Signore.

 

Spesso entriamo in chiesa con molte parole da dire al Signore dimenticando che, come il deserto per i figli di Israele, è un luogo di educazione all’ascolto e un tempo per imparare a vivere della Parola di Dio come si vive del pane quotidiano, il pane che ci è più essenziale, come chiediamo nella preghiera che Gesù ci ha insegnato.
La Parola di Dio
– dice Mosè nel Deuteronomio – non è una parola senza senso per voi, ma è la vostra vita (Dt 32,47).
Per il credente il senso della vita e la salvezza vengono solo da Dio, dalla sua Parola.
Nel deserto i figli di Israele sono sopravissuti per la fiducia riposta in questa Parola.
Alla sera ogni famiglia si coricava senza avere nulla da mangiare per il giorno dopo e il mattino seguente la manna ricopriva l’accampamento. I figli di Israele raccoglievano il cibo necessario per quel giorno, il pane quotidiano, e così un giorno dopo l’altro per quarant’anni, finché non furono arrivati ai confini della terra di Canaan (Es 16,35).
Il credente è chi, come Abramo e come Mosè, si gioca tutta la vita su questa Parola.
L’omelia del sacerdote può essere più o meno interessante, e il sacerdote più o meno carismatico, ma la sua importanza è relativa. Ciò che importa è esserci, così come siamo, e ricordare non quanto un sacerdote riesce a dire, ma quanto il Signore continua a dirci e a fare per noi mentre attraversiamo il deserto della nostra esistenza in attesa di giungere alla Terra Promessa, di cui l’Eucaristia è immagine e sacramento.

 

Offertorio
Dopo l’esperienza della prova nel deserto e l’indigenza e le sofferenze patite nell’aridità di quel luogo spaventoso di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata e senz’acqua, Israele prese possesso della Terra Promessa da Dio ai Patriarchi, terra del benessere e dell’abbondanza. Nella terra di Canaan il popolo fu tentato di dimenticare che tutti i beni di quel giardino terrestre erano sempre, come la manna, un dono di Dio.

 

Così anche noi, con il pane e il vino, offriamo al Signore i frutti della terra e del nostro lavoro per non dimenticare che tutto ciò che siamo e che abbiamo, poco o tanto che sia, è dono di Dio.
Donargli quel poco che siamo e che abbiamo, è l’antidoto necessario alla tentazione di sentirci padroni della nostra vita e giustificati dalle nostre opere.
No, – dice Mosè – tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua giustizia né della rettitudine del tuo cuore, ma il Signore tuo Dio… (Dt 9,4-5).

 

Liturgia Eucaristica
Ciò che avviene dopo è un Mistero talmente grande che giustifica lo scetticismo dei Giudei nella sinagoga di Cafarnao quando si chiesero come potesse Gesù dare loro la sua carne da mangiare.
Come può un piccolo pezzo di pane e un calice di vino diventare il Corpo e il Sangue del Signore? Come possiamo magiare la sua carne? Come è possibile rivivere il miracolo dell’Ultima Cena ogni volta che un sacerdote, degno o indegno che sia, pronuncia le parole della liturgia?
Ma queste domande, anche se ragionevoli, rischiano di portare solo a una sterile discussione e alla mormorazione, come accadde al popolo nel deserto (Es 17,3).
Ricordare è la parola che Mosè ripete con insistenza ai figli di Israele.
Fate questo in memoria di me ripete ancora oggi Gesù spezzando per noi il Pane della sua Parola e del suo Corpo.

 

Congedo
L’Eucaristia non è un premio dato ai buoni e ai santi, ma il Viatico, il cibo della via, il pane del cammino, per noi che non siamo né buoni, né santi ma che desideriamo, nonostante il peso delle nostre fragilità, amare il Signore e vivere in comunione con lui, nel deserto delle nostre città, tra le tentazioni di un mondo che offre le parole vuote di idoli che incantano e il bisogno alienante di cibi che non saziano e di acque amare che non dissetano.

 

Ma che vita è quando si è sconnessi? – domanda il moribondo che si alimenta solo di cavi.
Resta la vita delle candele con le loro fiamme che avvicinano, riscaldano e fanno danzare i volti. I due pani azzimi e il calice di vino che si fa passare meglio di un allegato, perché è il legame con l’inizio e la fine del mondo.
(Fabrice Hadjadj, Ma che cos’è una famiglia?)