GRIDARE
21 giugno 2020, XII DOMENICA PER ANNUM A
(Ger 20,10-13; Sl 69/68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33)

 

Non abbiate paura… (Mt 10,26.28.31)

 

Anatot, cinque chilometri a nord di Gerusalemme, nel territorio di Beniamino, era uno dei quarantotto villaggi sparsi in tutto il paese e destinati alla tribù sacerdotale di Levi.
Tribù che non possedeva una terra, perché il tempio era la sua terra e il servizio a Dio il suo compito.
Ma ai sacerdoti di Anatot era interdetto l’ingresso al tempio perché su di loro, da quattro secoli, gravava il peso di una scomunica del re Salomone (1Sam 2,12-36; 1Re 2,27).
E Geremia era uno dei sacerdoti maledetti che risiedevano ad Anatot, (Ger 1,1).

 

Tra i molti che il Signore poteva scegliere come profeta per il popolo, decise di prendere proprio uno di Anatot, un giovane che in Gerusalemme non avrebbe dovuto mettere né piede né bocca.

 

Per usare l’immagine di Gesù, Geremia doveva annunciare alla luce del sole ciò che Dio gli rivelava nell’intimità, doveva gridare dalle terrazze le parole che gli sussurrava all’orecchio.
Geremia fu costretto a dire tutto quello che il Signore gli ordinava di dire (Ger 1,7), anche se non avrebbe voluto perché amava il suo popolo e la sua terra.
La sua fu una vita da recluso.
Prima di sperimentare la reclusione di un carcere (Ger 20,2; 32,2; 38,6), Dio l’aveva fatto suo prigioniero nell’oscura cella del grembo materno, prima che venisse alla luce, ne aveva fatto la sua proprietà (Ger 1,5).

 

Non temete gli uomini che uccidono il corpo – avrebbe detto Gesù sei secoli dopo.
Geremia temeva Dio più che gli uomini, perché con Lui dovette lottare.
S’imponeva di non parlare più in Suo nome, pensando così di eliminare la causa di tutti i suoi mali, ma il fuoco che Dio gli aveva messo dentro le ossa era una passione che non riusciva a contenere (Ger 20,9).
La sua resistenza fu vinta e non poté sottrarsi al suo destino.
Il libro di Geremia racconta questa lotta.
Ma le sue confessioni non sono sfoghi di un adolescente delicato e sensibile, sono la preghiera di un uomo di Dio che non misura le parole e non si preoccupa delle buone maniere.

 

Il profeta di Anatot fu lacerato tra ciò che non avrebbe voluto dire e ciò che fu costretto a dire. Divorò con avidità la Parola che Dio gli mise sulla bocca e che fu la gioia e la letizia del suo cuore ma, nello stesso tempo, quella Parola divenne un peso insopportabile per la sua giovane vita.
Una domanda disperata chiude le sue confessioni.
Domanda alla quale né lui né Dio danno risposta.
Perché mai sono uscito dal seno materno, per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna? (Ger 20,18).

 

Geremia lottò con Dio uscendone ferito per sempre, come Giacobbe al guado dello Iabbok (Gen 32,23-33). Ma, mentre Giacobbe fu colpito all’articolazione del femore, Geremia lo fu nella profondità dell’anima.
In ogni caso, come Giacobbe, ne uscì ferito e benedetto.
Geremia non si arrese agli uomini che lo gettarono in carcere, ma si arrese a Dio.
Accettò il totale fallimento della sua esistenza e nell’accettazione della sconfitta scoprì di essere il vincitore, e nell’assenza di ogni risposta trovò la vera risposta.
Ti basta la mia grazia – direbbe l’apostolo Paolo (2Cor 12,9).
La sua adesione a Dio non avvenne all’inizio, nel momento della chiamata, quando lasciò tutto, anche le sue perplessità, per dedicarsi a una missione folle.
Egli disse il suo a Dio alla fine, quando, dopo aver lasciato tutto per una causa che non era la sua, sperimentò il fallimento ed ebbe l’impressione di non aver concluso nulla.
In questa lacerante ferita sta la benedizione, il mistero di una chiamata gratuita che richiede solo una gratuita adesione, la totale appartenenza e sottomissione a Colui che l’aveva scelto fin dal grembo di sua madre.
Sperimentò un miracolo che non era in grado di spiegare.
Il miracolo di una fede che non fu demolita né dalla violenza di quelli che uccidono il corpo, né dal silenzio di Dio.
Nella cella del carcere, in balia dei nemici, abbandonato dagli amici e prigioniero di Dio, Geremia trovò un’inspiegabile serenità e il senso della sua chiamata (Ger 20,13).
Nel buio completo della sua mezzanotte egli vide la luce dell’alba.
Perché profeta è solo l’uomo che ha cercato ostinatamente di resistere a Dio e che è stato ricolmato dalla grazia della disfatta che ha dovuto subire (Andrè Neher).

 

Non temete – ripete per tre volte Gesù ai suoi amici, inviandoli in missione. Ma ci sono buoni motivi per temere quando qualcuno ripete troppe volte di non avere paura.

 

I discepoli hanno temuto gli uomini, quando Gesù fu arrestato ed ebbero la certezza di avere perso la vita, corpo e anima, quando il corpo di Gesù fu crocefisso in quella terra sconsacrata e maledetta.
Tutti hanno avuto paura e sono fuggiti (Mt 26,56).

 

In quel pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua, Gesù gridò dalla cima del Golgota ciò che aveva detto ai suoi amici in segreto.
Il suo grido varcò le mura di Gerusalemme, sorvolò i tetti, entrò nelle case e riecheggiò nei cortili del tempio.
Quando il buio scese su tutta la terra, Gesù gridò nella luce il suo evangelo scandaloso e paradossale: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,45-46).
Domanda che non ha altra risposta che l’accettazione.
Dio mio, Dio mio… Dalla croce, Gesù grida la sua fede in Dio che lo abbandona.
Io spero in lui anche se mi uccide, – aveva detto Giobbe (Gb 13,15).
Per questa fede, per questa speranza e per questo amore Gesù, come Giacobbe, come Geremia, come Giobbe, ha strappato a Dio una benedizione per gli uomini, perché non abbiano da temere.
Sulla croce ha lottato con Dio e ha vinto.

 

Si può vivere con Dio e contro Dio, ma non senza Dio.
Vivere come ebreo, senza Dio, io non sono d’accordo. Si può essere un buon ebreo con Dio o contro Dio, ma non senza Dio. Io, per esempio, sono ora per, ora contro Dio: Nella Notte, io ero contro. Effettivamente io ho scritto contro Dio; ho protestato, mi sono levato contro Dio. E lo farò ancora domani… Oggi, io comprendo che la fede può essere anche una fede di rifiuto. Mentre dico ‘no’ a Dio, io gli dico ‘sì’; è perché io dico ‘no’ che dico ‘sì’. Io dico no, io non accetto: Dio e Auschwitz non vanno insieme. Non accetto e reclamo, esigo una risposta… Dio nel male? In quale male? E Dio nella sofferenza? In quale sofferenza? Io non so. Non ho risposta. Cerco sempre.
(Elie Wiesel, La forza di dire ‘no’ a Dio, 1986)