SCEGLIERE
28 giugno 2020, XIII DOMENICA PER ANNUM A
(2Re 4,8-11.14-16a; Sl 89/88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)

 

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me (Mt 10,38)

 

La liturgia associa i detti di Gesù sull’accoglienza da riservare al discepolo, alla storia della donna di Sunem che fece costruire una piccola stanza al piano superiore in muratura per ospitare il profeta Eliseo.
Ma la Bibbia è più che una raccolta di racconti edificanti e, in ogni caso, la parte riportata nella liturgia odierna è solo metà della storia.
L’altra metà, dietro il velo di due miracoli spettacolari, rivela la solitudine del profeta e il suo legame con un Dio le cui vie e i cui pensieri – com’è scritto nel libro del profeta Isaia – sono misteriosi e paradossali (Is 55,8-9).
Come misterioso e paradossale è il detto di Gesù sulla croce da prendere e portare per essere degni di lui.

 

La storia è questa.
Un’illustre donna di Sunem era solita invitare a pranzo il profeta Eliseo ogni volta che passava di là. Un giorno propose al marito di aggiungere alla loro casa una piccola stanza al piano superiore in muratura con un letto un tavolo, una sedia e un candeliere.
Così, venendo da noi, vi si potrà ritirare –
disse.
La donna oltre che illustre era generosa, anche se la vita non era stata generosa con lei. Come molte donne bibliche era sterile e suo marito era vecchio.
Per ricompensare la generosità della donna, Eliseo le promise che da lì a un anno avrebbe stretto un figlio tra le braccia. E così avvenne: la donna concepì e partorì un figlio, nel tempo stabilito, in quel periodo dell’anno, come le aveva detto il profeta.
Una storia commovente, con un classico lieto fine.
Ma la storia non finisce qui.
Il bambino crebbe e un giorno uscì per andare dal padre presso i mietitori. All’improvviso cominciò a gridare: La mia testa, la mia testa. Un servo lo prese e lo riportò a casa dalla madre che lo tenne in braccio fino a mezzogiorno, poi morì.
Senza versare una lacrima, la donna prese il bambino, lo portò nella stanza del profeta, lo stese sul letto e chiuse la porta. Poi ordinò al marito di mandargli un servo e un’asina.
Andava a cercare il profeta Eliseo.
Il marito cercò di dissuaderla, ma non ci fu verso di convincerla. Gli disse: Addio e partì.
Quando giunse al monte Carmelo, Eliseo la vide e le mandò incontro il suo servo Giezi che le chiese come stessero lei, suo marito e il bambino.
Liquidò il servo con un: Tutti bene, grazie! 
Non aveva tempo per i convenevoli, doveva parlare con l’uomo di Dio.
Quando l’ebbe davanti, senza girarci tanto attorno, gli disse quello che doveva dire: Perché mi hai fatto questo? Avevo forse domandato io un figlio al mio signore? Non ti avevo detto forse: Non mi ingannare?
E costrinse il profeta a seguirla fino a casa sua.
Quando giunsero a Sunem, Eliseo entrò in casa, salì nella stanza al piano superiore, dove trovò il bambino morto, steso sul suo letto. Si chiuse la porta alle spalle e, rimasto solo, pregò il Signore. Si stese sopra il bambino, pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani sulle mani di lui, e il corpo del bambino riprese calore.
Eliseo era esausto, come se l’operazione gli avesse risucchiato tutte le energie.
Si prese una pausa e si mise a camminare qua e là per la casa.
Ritornò dal bambino, si curvò su di lui e il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi.
Allora chiamò la donna e le restituì il figlio (2Re 4,18-37).
Un altro miracolo e un altro lieto fine della storia.
Apparentemente.
Perché Eliseo non poteva non chiedersi che senso avesse dare un figlio a una donna, poi toglierlo e infine restituirglielo nuovamente.
L’uomo di Dio non poteva non chiedersi con che Dio avesse a che fare.
Domande alle quali il profeta non trovò una risposta.
Com’è scritto nel libro del profeta Isaia: Veramente tu sei un Dio misterioso, Dio di Israele, salvatore (Is 45,15).
Eliseo era a servizio di un Dio che salva ma rimane misterioso, incomprensibile.

 

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
La croce di cui parla Gesù non riguarda le malattie e le avversità che fanno parte dell’inevitabile bagaglio di ogni esistenza.
Croci che ci vengono addosso e non possiamo scegliere se prenderle o meno.
Prendere la propria croce per essere degni di lui significa prendere la Sua croce e percorrere la Sua via.
Più che un atto della volontà è un atto di fede, una fiducia incondizionata in un Dio che salva percorrendo strade che spesso non comprendiamo.
Il giogo che il Messia mite e umile di cuore ha promesso ai suoi discepoli per dare loro ristoro dovrebbe essere dolce e il suo carico leggero (Mt 11,28-30), ma sulla via che sale al Golgota è un pesante patibolo che Gesù stesso non riesce a portare da solo (Mt 27,32). La via che porta alla vita passa per una strada angusta e per una porta stretta e pochi sono quelli che la trovano (7,14).
Questa Sua croce può essere presa o rifiutata, esige una scelta.

 

All’inizio il diavolo aveva proposto a Gesù di trasformare i sassi in pane, di servirsi della ricchezza per conquistare il mondo e di compiere gesti spettacolari per avere le folle ai suoi piedi (Mt 4,1-11). Ma non era questa la strada che il Padre aveva scelto per salvare l’umanità. Il discepolo è al servizio di un Dio che perde la sua vita per farla trovare.

 

Paolo cercò di portare gli ateniesi alla fede nel Signore Gesù con un discorso ragionevole e pieno di buon senso, ma il suo patetico tentativo si rivelò un fallimento (At 17,32).
Ad Atene decise che in futuro avrebbe annunciato solo il paradosso di Cristo Crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23-25).
Essere generosi e accoglienti è ciò che ci rende degni di essere umani.
Ma per essere degni di Gesù è necessario abbracciare Gesù e la sua croce e scegliere un Dio che salva percorrendo vie misteriose e umanamente incomprensibili.

 

Scendi dalla croce e ti crederemo – dicevano i capi del popolo e la gente che era salita sulla cima del Golgota. Ma Gesù rimase al suo posto, sulla croce, gridando la sua fede nel Dio che l’aveva abbandonato (Mt 27,39-46).

 

Ogni volta che passava da Sunem, Eliseo si fermava nella casa della donna.
Aveva una stanza in quella casa e un letto su cui riposare.
Ma in quella stanza e in quel letto, dove aveva compiuto miracoli straordinari, non faceva che chiedersi con che Dio avesse a che fare.

 

Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: "Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu!". Perché una volta di più non volesti asservire l’uomo. Avevi bisogno di un amore libero e non di servili entusiasmi, avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio.
Fëdor Michajilovič Dostoevskij