RIVELARE
5 luglio 2020, XIV DOMENICA PER ANNUM A
(Zc 9,9-10; Sl 145/144; Rm 8,9-11; Mt 11,25-20)

 

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 10,38)

 

Gesù non è venuto per abolire la Legge o i profeti, ma per dare pieno compimento a un’opera che Dio ha voluto fin dal principio (Mt 5,17).
Non c’è un Dio dell’Antico Testamento, inflessibile e severo, al quale Gesù si contrappone con l’evangelo della misericordia. Il Dio di Gesù è il Padre, Signore del cielo e della terra, che fin dall’inizio ha cercato le sue creature che si erano perdute (Gen 3,9), per stabilire con loro un patto di alleanza (Gen 9,8-10).
Per compiere quest’opera non ha chiamato i dotti e i sapienti, ma i piccoli.
Come suoi messaggeri ha scelto gli in-fanti, letteralmente coloro non parlano e non sanno parlare, come suoi portavoce ha nominato chi non aveva voce in capitolo.

 

Viene da pensare ai piccoli-grandi uomini biblici.
Ad Abramo, figlio di un fabbricante di idoli, scelto senza un motivo particolare per dare inizio a una benedizione che avrebbe raggiunto tutti i popoli della terra (Gen 12,2-3).
A Mosè il fuggiasco, omicida e balbuziente, al quale il Signore affidò un popolo dalla dura cervice per riprendere una storia d’alleanza interrotta da quattrocento anni di schiavitù in Egitto (Es 3,7-9).
A Saul, il primo re di Israele, consacrato dal profeta mentre stava cercando le asine di suo padre Kis (1Sam 9,1-10,1) e a Davide, suo successore, il più piccolo dei figli di Iesse (1Sam 16,11.13).
A profeti come Amos il pecoraio di Tekoa (Am 1,1) e a Geremia il giovane sacerdote scomunicato di Anatot che non sapeva parlare (Ger 1,6).

 

Ma più ancora degli uomini sono le donne bibliche che confermano la volontà di Dio di servirsi dei più piccoli tra i piccoli. E, tra le donne, non ha scelto le prolifiche e le sposate ma le sterili e le vedove che occupavano gli ultimi posti della scala sociale.
Le tre matriarche sono tutte donne bellissime, ma con serie difficoltà a generare.
Il Signore aveva annunciato ad Abramo che dalla sua discendenza sarebbe nato un popolo numeroso come le stelle del cielo. Ma Sara, sua moglie, era sterile (Gen 16,1). Aveva novant’anni quando concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia che chiamò Isacco (Gen 21,2), nome che porta la radice del verbo ridere, perché aveva riso quando uno dei tre misteriosi personaggi giunti a Mamre annunciò al marito che sarebbe rimasta incinta (Gen 18,12-15).
Isacco aveva quarant’anni quando prese in moglie Rebecca che era sterile. Supplicò il Signore per lei, ma trascorsero altri vent’anni prima che il Signore esaudisse la sua preghiera. Ne aveva sessanta quando Rebecca mise al mondo una coppia di gemelli che cominciarono a litigare fin dentro il grembo materno (Gen 25,20-26).
Il figlio di Isacco, Giacobbe lavorò quattordici anni al servizio di Labano per avere in moglie Rachele, bella e sterile come le precedenti (Gen 29,31). A differenza della sorella Lia, l’altra moglie di Giacobbe, bruttina e prolifica, riuscì con fatica a generare due figli: Giuseppe che divenne vice re d’Egitto, e Beniamino, partorendo il quale morì (Gen 30,32-24; 35,16-20).
Anche Elakanà aveva due mogli: Peninnà che aveva figli, mentre Anna non ne aveva. Peninnà affliggeva Anna con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. Nel pellegrinaggio annuale al tempio di Silo, Anna con l’animo amareggiato si mise a pregare il Signore, piangendo a dirotto, per avere la grazia di un figlio. Al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio che chiamò Samuele, perché – diceva – al Signore l’ho richiesto (1Sam 1,1-20).

 

Noemi, una donna originaria di Betlemme, era emigrata nella terra di Moab quando perse prima il marito e poi i suoi due figli. Rut, una delle due nuore, straniera, vedova e senza figli, decise di rimanere con la suocera e tornò con lei a Betlemme.
Il tuo popolo sarà il mio popolo – le disse – e il tuo Dio sarà il mio Dio.
Dopo una serie di “casuali coincidenze”, incontrò Booz che la riscattò e la prese in moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: lei partorì un figlio e lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, che fu il padre di Davide (Rut 1,1 – 4,18).

 

Le donne ebree erano famose per la loro vitalità nel mettere al modo figli (Es 1,19), ma il Signore sembra preferire le sterili, le vedove e le straniere. E non disdegna quelle di costumi quantomeno discutibili, come le due figlie di Lot (Gen 19,1-11), Tamar, la nuora di Giuda, figlio di Giacobbe (Gen 38) e Rachav di Gerico (Gs 2,1-23).
Tamar, Rachav e Rut la Moabita, sono presenti nella genealogia di Gesù (Mt 1,3-6).

 

Le ultime due piccole grandi donne bibliche sono Elisabetta e Maria di Nazareth.
Elisabetta, moglie del sacerdote Zaccaria, era vecchia e sterile come le donne che l’avevano preceduta, Maria invece era un’adolescente, promessa sposa di un lontano discendente di Davide che si chiamava Giuseppe (Lc 1,7.27).
Elisabetta avrebbe voluto figli, ma non poteva perché la natura gliel’aveva impedito.
Maria poteva averli, ma non avrebbe dovuto, perché la legge glielo proibiva.
Queste due donne visitate dalla grazia, madri che stanno sul confine tra l’antica e la nuova alleanza, generarono i figli che portarono a compimento l’opera di Dio.
Giovanni preparò la strada a Gesù, il Messia che doveva venire.
Nel cortile della casa di Elisabetta, Maria canta la grandezza dell’Onnipotente che ha guardato l’umiltà della sua serva, ha fatto grandi cose con la sua piccolezza, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili (Lc 1,48-52).

 

Come Maria, anche Gesù, canta il suo Magnificat quando benedice il Padre, Signore del cielo e della terra, perché rivela ai piccoli i misteri del regno e con loro costruisce la sua alleanza.
Come uno di questi piccoli anche Gesù, il Figlio dell’Altissimo, entrò a Gerusalemme, a dorso di un asino, realizzando la profezia di Zaccaria (Mt 21,7). E come il più piccolo tra i piccoli sprofondò nell’abisso della morte attraverso l’umiliazione della croce.
Scendi dalla croce e ti crederemo – gli urlavano i dotti e i sapienti (Mt 27,39-44), mentre tutti i suoi discepoli l’avevano abbandonato ed erano fuggiti (Mt 26,56).
Invece molte delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea, per servirlo erano rimaste e osservavano da lontano. Tra queste c’erano Maria di Magdala, Maria, madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo (Mt 27,55-56).
Da lontano, ma c’erano.
Donne che, con gli occhi pieni di lacrime e nel cuore un’inconsapevole e paradossale certezza, attesero l’alba del primo della settimana (Mt 28,1).

 

Oggi è venuto da me padre T. Sapendo che questo anziano è un asceta, pensai che amasse parlare di Dio. Ho conversato a lungo con lui e poi gli ho chiesto di dirmi una parola per la mia anima, affinché potessi correggere i miei errori. Stette un po’ in silenzio e poi disse: In te si percepisce l’orgoglio… Perché parli così tanto di Dio? I santi nascondevano l’amore di Dio nel proprio cuore, ma amavano parlare del pianto”.
(Silvano dell’Athos)