SEMINARE
12 luglio 2020, XV DOMENICA PER ANNUM A
(Is 55,10-11; Sl 65/64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)

 

Ecco, il seminatore uscì a seminare (Mt 13,3)

 

Gesù prova compassione per le folle che lo seguono, perché sono come un gregge senza pastore (Mt 9,36; 14,14; 15,32) ma, nello stesso tempo, sa di avere di fronte una generazione malvagia e adultera che pretende di vedere segni (Mt 12,38).
A questa generazione non grida la sua verità dai tetti (Mt 12,27), ma parla con il linguaggio semplice e misterioso delle parabole, perché vedano senza vedere e ascoltino senza ascoltare, né comprendere.
Con le parabole Gesù traccia una linea di confine tra i discepoli e le folle, tra chi sceglie di entrare in intimità con lui e il suo mistero e chi invece preferisce tenere le distanze.
Ad alcuni il regno si rivela ad altri si nasconde.
Anche questo è un mistero che sconcerta.

 

Le parabole alle quali il Messia è costretto a ricorrere per non suscitare uno scandalo troppo violento lasciano filtrare quel tanto di luce che può bastare perché sia riconosciuta da quelli che amano la luce, da quelli che disperatamente la cercano (Sergio Quinzio).

 

Noi leggiamo le parabole ai bambini pensando che siano raccontini adatti alla loro giovane età, come le favole che si leggono alla sera per farli addormentare.
Ma proprio questa loro universalmente lodata semplicità (Sergio Quinzio) rischia di ingannare e non far intravvedere il mistero che nascondono: il mistero della vita e della morte, del peccato e della grazia, della lotta tra l’opera di Dio che semina la Parola nel cuore degli uomini e l’opera del Maligno che ruba ciò che è stato seminato.

 

Ma cosa ci può essere di così oscuro nella semplice parabola del seminatore?

 

Questa parabola diventa banale e insipida, come sale che perde il suo sapore (Mt 5,13) se, come spesso accade nella nostra predicazione, se ne dà un’interpretazione morale, se diventa un patetico invito a scacciare i corvi con i nostri ridicoli spaventapasseri e a darci da fare con le nostre forze per liberare il terreno della nostra vita dai rovi che la soffocano e dai sassi che la invadono.
Una lettura morale e moralistica finisce per ossessionarci a ricercare la nostra perfezione piuttosto che accettare la nostra radicale imperfezione, ci spinge a salvare la nostra vita invece piuttosto che perderla dietro a Gesù (Mt 11,39), ci porta a rimanere ripiegati su noi stessi piuttosto che alzare gli occhi verso il Cielo dal quale scende una Parola che è come la pioggia e la neve.
Gesù dice: A voi è dato di conoscere i misteri del regno.
Non dice: Voi siete sufficientemente intelligenti per comprenderli.
Questa conoscenza ci è data e ha a che fare con Dio e con i misteriosi processi della sua grazia, è una luce che scende dall’alto e una sapienza nascosta ai dotti e agli intelligenti (Mt 11,25). Questa conoscenza è il frutto di una Parola che non abbiamo seminato.

 

Con la parabola del seminatore Gesù non invita il discepolo a sforzarsi di ripulire il campo della propria esistenza, ma a riconoscere la verità della sua condizione umana e a guardare con stupore l’opera di Dio che – com’è scritto nel Salmo – visita la terra e la disseta, la ricolma di ricchezza: ne irriga i solchi e ne spiana le zolle, la bagna con le piogge e benedice i suoi germogli (Sl 65,10-11).

 

Tre quarti dei semi vanno perduti in tre quarti di terreno sterile.
Solo un quarto cade sul terreno buono, un piccolissimo pezzo di terra buona sufficiente perché il seme produca il cento, il sessanta e il trenta per uno
Per questo miracolo che non dipende da noi, il cuore dovrebbe riempirsi di stupore.
Tutto canta e grida di gioia (Sl 65,14) perché la Parola uscita dalla bocca di Dio non ritorna a lui senza effetto, senza avere operato ciò che Egli desidera, senza avere compiuto ciò per cui l’ha mandata.
Ma se ci ostiniamo a cercare la perfezione, rimanendo ripiegati sui noi stessi, anche quel po’ di terreno buono s’inaridisce e si chiude nella tristezza e nel risentimento.

 

Ciò che accadde ai Dodici durante le ultime ore della vita di Gesù, in quel campo tra il Getzemani e il Golgota, ci aiuta a comprendere la parabola del seminatore.
A quel piccolo gruppo di amici, nell’intimità della casa, Gesù aveva spiegato la parabola del seminatore e li aveva chiamati beati perché vedevano e ascoltavano ciò che molti profeti e giusti avrebbero voluto vedere e ascoltare, ma non lo videro e non lo ascoltarono.

 

Quella notte il Maligno scese e rubò ciò che Gesù aveva seminato nel loro cuore.
Il seme della Parola che all’inizio avevano accolto subito e con gioia (Mt 4,20.22) si seccò a causa della loro superficiale presunzione e del loro entusiasmo senza radici; e appena giunse la tribolazione e la persecuzione a causa della Parola, tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e fuggirono (Mt 26,56).

 

In un istante quel seme che Gesù aveva gettato con abbondanza nel cuore dei suoi amici sembrò svanire nel nulla.
Pietro fu l’unico che tentò di reagire e seguì il Signore dentro il cortile della casa del sommo sacerdote. Ma le parole di due serve e degli altri presenti smascherarono la sua presunzione e lo fecero crollare.
Cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell’uomo.
E subito un gallo canto.
Quel canto portò un piccolo seme in un angolo di terra buona che Pietro non sapeva di possedere.
La grazia di quell’istante non fu opera sua.
Gli fu dato di comprendere.
Uscì fuori e pianse amaramente (Mt 26,69-75).
Le lacrime scesero come la pioggia e la neve su quel piccolo angolo di terreno buono e lo irrigarono.
Non subito, ovviamente, ma quelle lacrime, dono della grazia, bastarono a far germogliare il seme che produsse il cento, il sessanta e il trenta per uno.

 

La caduta e gli sbandamenti non provengono dalla debolezza della volontà ma, al contrario, dalla sua forza e dalla sua ingerenza. Ciò è evidente perché la vittoria e la salvezza non provengono dalla forza della volontà, ma dalla sua scomparsa dietro la grazia. Quando la volontà scompare dietro la grazia, l’uomo si rafforza, prevale, vince, si controlla, riesce, progredisce… La caduta svela il predominio della volontà e della sua attività e la sua presunzione di fronte alla grazia.
(Matta el Meskin)