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26 luglio 2020, XVII DOMENICA PER ANNUM A
(1Re 3,5.7-12; Sl 119/118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52)

 

Il regno dei cieli è simile a… (Mt 13,24)

 

Il regno dei cieli non è simile a un tesoro nascosto nel campo, né a un mercante che va in cerca di perle preziose, ma è simile a quello che accade quando si scopre un tesoro o quando un mercante s’imbatte in una perla di grande valore.
Se il tesoro rimane sepolto sottoterra, se la perla resta nascosta in una vecchia soffitta, non succede nulla, ma se viene trovato – casualmente o dopo una lunga ricerca, non ha importanza – allora tutto cambia in modo imprevedibile e diverso per ciascuno.

 

Il contadino della parabola non stava cercando un tesoro.
Lavorava alle dipendenze di un proprietario terriero, con il suo lavoro riusciva a mantenere la famiglia e, per quanto ne sappiamo, poteva essere soddisfatto della sua condizione.
Poi un giorno, senza averlo cercato, sotto la superficie di quella terra che lavorava da tanti anni, trovò un tesoro nascosto nel campo.
L’uomo che fino a quel momento aveva vissuto da dipendente, per la prima volta fu costretto a fare i conti con qualcosa che giaceva nella profondità della terra e nella profondità del suo essere e a prendere una decisione con urgenza.
Il tesoro appartiene a chi lo trova o al proprietario del campo?
Una certa morale e un certo senso della giustizia gli suggerivano di avvisare il padrone, il quale (forse) l’avrebbe ricompensato.
Ma se la nostra giustizia e la nostra morale non superano quella dei regni di questo mondo non entreremo nel regno dei cieli (Mt 5,20).
Il tesoro del regno dei cieli genera in chi lo trova uno spirito di condivisione, ma non può essere condiviso, come l’olio delle lampade che le vergini sagge non possono condividere con le vergini stolte (Mt 25,1-13).
È come una vocazione, come essere chiamati per nome, con il proprio nome.
Come accadde un giorno ai primi quattro discepoli di Gesù.

 

Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni erano uomini sistemati, che avevano una famiglia e un lavoro.  Il loro campo era il lago di Galilea, le barche e le reti per la pesca erano gli attrezzi del loro lavoro.
Quel giorno erano andati a pescare, come sempre, non stavano cercando nulla.
Ma la Parola di Gesù, come una rete lanciata nelle acque profonde della loro coscienza, raggiunse il loro cuore: Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini.
Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono (Mt 4,18-22).
Pieni di gioia (non potrebbe essere altrimenti, anche se l’evangelo di Matteo non lo dice), come il contadino della parabola che va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
È necessario essere disposti a rinunciare a tutti gli altri beni, a lasciare tutto quello che si ha per entrare in possesso di quell’unico tesoro.

 

Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,4-5).
Dio è l’unico tesoro che vale il sacrificio di una vita intera.
Ma è possibile amare Dio rinunciando a tutto solo se si considera il suo regno come una perla infinitamente più preziosa di ogni altro bene, un tesoro che tignola e ruggine non consumano e i ladri non rubano.
Con gioia, però, perché non si tratta di una perdita, ma di un guadagno (Mt 6,19-21).
Dopo la morte del padre Davide, nel santuario di Gabaon, il giovane Salomone, diciassettenne, stava per prendere possesso del regno di Israele. Durante la notte Dio gli apparve in sogno e gli disse che gli avrebbe concesso qualunque cosa avesse desiderato. Salomone non domandò la ricchezza, né una vita lunga e piena di successi, ma il dono di un cuore ascoltante, come dice letteralmente il testo biblico. Un cuore capace di ascoltare la voce del popolo e, prima ancora, pronto ad ascoltare la Parola del Dio dei suoi padri.

 

Ascolta Israele….
Il contadino non trova il tesoro perché lo vede, ma perché ne sente la voce.
Come il mercante che andava in cerca di perle preziose si sentì chiamato da un’unica perla.

 

Cafarnao è un piccolo villaggio e chissà quante volte i discepoli avevano incontrato Gesù e l’avevano sentito parlare. Ma lasciarono tutto e lo seguirono solo quando sentirono che quella Parola era diretta a ciascuno di loro, parlava al loro cuore e alla loro vita.

 

Le vie del regno dei cieli non sono le nostre vie, sono imprevedibili (Is 55,8-9).
Un contadino che non cercava nulla, trovò il tesoro.
Un mercante che cercava molte perle, ne trovò solo una, che le valeva tutte.

 

Uomini che avevano già una loro vita, un destino già tracciato, lasciarono ogni sicurezza per seguire il Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo (Mt 8,20).
Non è il coraggio ma l’ascolto che rende possibile la follia della sequela.

 

Quando fu vecchio, Salomone, il più sapiente degli uomini, dimenticò il sogno fatto a Gabaon quando aveva solo diciassette anni. Smise di ascoltare la voce di Dio e smarrì quel tesoro che aveva trovato a causa delle sue concubine, della sua passione per i cavalli e della ricchezza accumulata (1Re 10,26 – 11,13).
Come dice Moshè Maimonide: Anche se la nostra anima ha acquisito buone disposizioni, è necessario continuare ad ascoltare la voce di Dio e a fare il bene senza smettere mai per rafforzarle sempre di più. Nessuno deve convincersi di possedere una buona disposizione, né dirsi che è impossibile perderla – poiché è sempre possibile perderla.

 

Anche i discepoli, come Salomone, rischiarono di perdere il tesoro prezioso che avevano trovato nel vano tentativo di salvare la propria vita (Mt 16,25; 26,56).
Tuttavia la storia di Pietro, non il più sapiente ma il più presuntuoso e generoso degli apostoli, ci insegna che, se si può perdere ciò che si è trovato, è sempre possibile anche ritrovarlo.
Questo differenzia i tesori dei regni di questo mondo dal tesoro del regno dei cieli.

 

Simon Pietro, dunque, dopo aver rinnegato tre volte il Signore, sentì il canto del gallo.
Il regno dei cieli è simile – se così si può dire, per aggiungere una parabola alle parabole di Gesù – al canto di un gallo alle prime luci dell’alba.
Non al canto del gallo in sé, ma a ciò che accade a un uomo che ascolta quel canto.
A Pietro accadde di piangere.
Pianse pieno di dolore per la coscienza di avere tradito il Signore e pianse pieno di gioia per la certezza di avere ritrovato ciò che credeva perduto (Mt 26,69-75).

 

Le parole sono ricettacoli dello Spirito. Solo dopo che abbiamo acceso la luce nelle parole, siamo in grado di guardare ai tesori che esse contengono. Solo dopo che siamo penetrati dentro a una Parola diventiamo consapevoli delle ricchezze contenute nelle nostre anime.
(Abraham J. Heshel, Il canto della libertà)