MANGIARE
2 agosto 2020, XVIII DOMENICA PER ANNUM A
(Is 55,1-3; Sl 145/144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21)

 

Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci (Mt 14,17)

 

Dopo avere parlato alle folle in parabole perché udissero senza comprendere, e guardassero senza vedere, Gesù tornò a Nazareth.
I suoi compaesani erano stupiti a causa della sua sapienza e dei prodigi che operava, eppure ne furono scandalizzati piuttosto che riconoscenti a causa della sua origine, di suo padre falegname, di sua madre Maria e dei suoi cugini Simone e Giuda e delle sue cugine.
Se a Nazaret non fece molti prodigi (Mt 13,53-58) fu per la loro incredulità, non per il suo risentimento, perché è la poca fede che impedisce ai miracoli di accadere.
Ma in questo scandalo c’era scritto anche il suo destino: come i profeti che l’avevano preceduto, Gesù era destinato alla marginalità, al rifiuto, all’insignificanza.

 

Alla delusione di Nazareth si aggiunse il dolore per la morte di Giovanni Battista, fatto decapitare da Erode Antipa a causa della promessa fatta a una ragazzina e della crudeltà di sua madre Erodiade (Mt 14,1-12).

 

Il fallimento sperimentato a Nazareth e la morte di Giovanni Battista, spinsero Gesù ad abbandonare la predicazione e a ritirarsi in un luogo deserto, in disparte, di là del lago.
Voleva restare solo.
Solo con il Padre, possiamo immaginare, per cibarsi di Parole che nutrono più del pane.

 

Se molti prendevano le distanze dal regno che si era fatto vicino, molti altri stavano cercando quel regno, stavano cercando lui.
E Gesù, vedendo questo popolo di poveri, questa grande folla che è il piccolo resto annunciato dai profeti sentì compassione per loro e dinanzi all’ostinata speranza della loro miseria guarì i loro malati (Sergio Quinzio).
Il Signore – come aveva scritto il profeta Isaia – dopo averli abbandonati ebbe ancora più pietà di loro (Is 54,7-8), e offrì la grazia di un pane che non si compra e che sazia.

 

Non era un miracolo necessario, come guarire un ammalato o liberare dal demonio un posseduto. Come chiedevano gli apostoli, bastava che Gesù congedasse la folla perché andasse nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare.

 

Ma non si doveva abbandonare il deserto, né mandarli a comprare il pane nei villaggi degli uomini. Com’era accaduto al popolo nell’esodo dall’Egitto, il Signore avrebbe procurato il cibo, e avrebbe sfamato uomini, donne e bambini che l’avevano ostinatamente cercato di là dal mare, un popolo di cercatori che non si scandalizzava delle sue umili origini.

 

Tuttavia se operò questo inutile miracolo non fu per conquistare il consenso della folla, ma per aprire gli occhi ai discepoli. Per i discepoli che si ostinavano a non comprendere e che avrebbero rimandato tutti a casa, perché non avevano altro che cinque pani e due pesci.

 

Avevano il Signore con loro eppure affermavano di non avere altro che…
Il Signore che, davanti ai loro occhi, aveva restituito la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, che aveva rimesso in piedi paralitici e aveva purificato lebbrosi, aveva risuscitato morti e annunciato ai poveri l’evangelo del regno (Mt 11,4-5).
Avevano il Signore con loro e non dovevano fare altro che credere in lui e fare quello che egli avrebbe detto (Gv 2,5).
E quella sera obbedirono, nonostante il loro sano buon senso, e i dubbi e lo scetticismo.
Obbedirono senza discutere, mettendogli in mano quel poco che avevano.
Cinque pani e due pesci.
L’obbedienza prima di essere un atto di volontà è un atto di fede.

 

Voi tutti assetati – aveva scritto il profeta Isaia – venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il vostro guadagno per ciò che non sazia. Porgete orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete.
Quel pane abbondante che saziò le folle in quel luogo deserto, in quella notte, non entrò dalla bocca ma dall’orecchio.
Ascoltate e vivrete
.

 

Il Signore prese i pani, alzò gli occhi al cielo e recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alla folla.

 

La folla mangiò e fu saziata e forse, quella sera, molti non compresero ciò che accadde e da dove fosse arrivata tutta quell’abbondanza in un luogo così deserto.
I discepoli invece ne furono testimoni diretti.
Come se per loro più che per la folla, Gesù avesse operato l’inutile miracolo, per guarire la loro incredulità e per prepararli a quello che doveva accadere e ai miracoli che il Signore avrebbe continuato a operare con la loro povertà, e non malgrado la loro povertà.

 

Un anno dopo, nell’intimità di una casa, a Gerusalemme, Gesù ripeté gli stessi gesti e le stesse parole con il pane e il vino che i Dodici avevano preparato per mangiare insieme la Pasqua (Mt 26,17).
Forse, quella sera, gli apostoli erano troppo confusi per ricordare ciò che era accaduto un anno prima, sul far della sera, in un luogo deserto, nei pressi del lago.
Forse, quella sera, non compresero le parole e i gesti di Gesù quando prese il pane, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: Prendete e mangiate: questo è il mio corpo. Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza (Mt 26,26-29).

 

Solo dopo la resurrezione e il dono dello Spirito, i loro occhi si sarebbero aperti e avrebbero compreso la grandezza di quel piccolo dono – un pezzo di pane – che Gesù aveva lasciato in eredità.
In ogni caso non avrebbero più detto: Che cos’è questo per tanta gente, per le sofferenze che la vita riserva, per i deserti dell’anima, per la tristezza che prende chi è solo, sul far della sera?
Ma, come Gesù, avrebbero sentito compassione per questa grande folla di uomini, donne e bambini e non l’avrebbero congedata.
Non abbiamo né oro, né argento (At 3,6) – avrebbero detto – ma abbiamo il Signore con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28, 20).

 

I miracoli avvengono in tutti i tempi. Tuttavia, poiché essi non ci accadono perché siamo degni di salvezza ma per la Sua clemenza e Sua grande misericordia, essi passano inosservati. Soltanto una generazione che lo serve con tutto il cuore è degna di riconoscere i miracoli che le accadono
(Rabbi Eliezer di Tarnegrod, Varsavia 1938, sul Sal 136,4)