UDIRE
9 agosto 2020, XIX DOMENICA PER ANNUM A
(1Re 19,9a.11-13a; Sl 85/84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33)

 

Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello (1Re 19,13)

 

Elia non mostrò la sua fede quando affrontò da solo quattrocentocinquanta profeti di Baal e li eliminò, ma quando riconobbe davanti al Signore il fallimento della propria vita, dicendo: Non sono migliore dei miei padri! (1Re 19,4)
Non iniziò il suo cammino verso Dio quando percorreva, instancabile, le città e i villaggi della terra di Israele per difendere la fede dei suoi padri, ma quando si sdraiò sotto il terebinto, nel deserto, desideroso di morire.
Fu allora che un angelo del Signore gli portò un pane e una parola e con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio l’Oreb. Quando vi giunse entrò in una caverna, per passarvi la notte e riposarsi, pensava.
In realtà, perché là il Signore lo stava aspettando (1Re 19,5-9).

 

Pietro non dimostrò la sua fede quando scese dalla barca e iniziò ad avanzare verso Gesù camminando sull’acqua, ma quando iniziò ad affondare e gridò al Signore e si aggrappò alla sua mano.
Non iniziò il suo cammino quando lasciò tutto per seguire il Signore (Mt 4,19), ma quando pianse amaramente dopo averlo rinnegato per tre volte nel cortile della casa del sommo sacerdote (Mt 26,75).

 

Dopo aver camminato nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti con la forza datagli da un pane e da una parola, Elia entrò nella caverna che – insegnano i maestri – era la stessa dove Dio aveva posto Mosè prima di rivelargli il suo Nome (Es 33,21-23).
Senza muoversi da quel luogo, Elia compì un lungo cammino interiore di purificazione progressiva, fino alla rivelazione finale, quando udì chiaramente ciò che non si poteva udire.
Ciò che udì non fu una brezza leggera, né il fruscio del vento ma, letteralmente, la voce di un silenzio sottile, la voce di Dio che gli parlava nel silenzio.
Dopo il lungo cammino esteriore nel deserto e dopo il lungo cammino interiore dentro la caverna, Elia era stato condotto dentro la stanza segreta del cuore, il luogo del silenzio, dove poté percepire la voce di Dio.

 

Pietro già da qualche tempo camminava dietro al Signore, ma furono quei pochi passi sull’acqua a fargli compiere un lungo cammino esteriore e interiore di purificazione.
Come Elia nella caverna, doveva iniziare ad affondare per riuscire a percepire il silenzio di Dio in mezzo alla tempesta e al vento forte.

 

Vento, fuoco e terremoto furono esperienze esteriori che rivelarono a Elia il suo mondo interiore. In quelle forze potenti e incontrollabili della natura c’era la natura stessa del profeta. Sul Carmelo aveva invocato il fuoco dal cielo e il fuoco era sceso e aveva incenerito la catasta di legna con l’olocausto. Poi aveva affrontato i quattrocentocinquanta profeti di Baal e li aveva sgozzati (1Re 18,20-40). Elia era una forza della natura, un uomo con una volontà di ferro e una passione per il Signore che gli bruciava dentro come vampe di fuoco (Ct 8,6), come un fuoco ardente (Ger 20,9).
Ma il Signore non era nel vento, non era nel terremoto e non era nel fuoco.
O forse – insegnano i maestri – il Signore era anche in queste esperienze, esteriori o interiori che fossero, ma solo nell’ultima, nella quarta, Egli rivelò pienamente se stesso.
Per tre volte il testo ripete come un ritornello: Il Signore non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco.
Ma la quarta volta, quando dopo il fuoco ci fu la voce di un silenzio sottile, il testo biblico non afferma che il Signore era in quel silenzio.

 

Dove non trovare il Signore o dove trovarlo in maniera ancora imperfetta, è detto con precisione, ma dove sia davvero è appena suggerito, come se l’autore avesse un certo pudore a dichiararlo.
Parlare troppo di Dio o parlarne a voce troppo alta rischia di confondere la fede con l’eccesso di zelo, con uno stato emotivo o con una passione incontrollata che ha poco a che vedere con Lui (Alberto Mello).

 

La sera della Cena il Signore rivelò ai discepoli che sarebbe diventato per loro motivo di scandalo e si sarebbero dispersi come un gregge senza pastore.
Pietro avrebbe fatto meglio a rimanere zitto invece di reagire alle parole di Gesù con gli assoluti delle sue parole: Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai.
Gli disse Gesù: In verità ti dico:
questa notte prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. Pietro gli rispose: Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò (Mt 26,31-35).

 

Ecco dove non è il Signore: nel delirio umano di onnipotenza, nelle affermazioni assolute, nella presunzione di farcela da soli.
Con il suo ‘Io’ troppo sicuro di sé, Pietro occupa tutto lo spazio, diventa pesante.
Per questo iniziò ad affondare nel lago in tempesta.
Invece di tenere il suo sguardo fisso in quello del Signore, concentrò tutta l’attenzione su di sé. Si ripiegò su di sé e iniziò a sentire la pesantezza del suo corpo, la forza del vento e l’acqua sotto i piedi.
L’eccessiva fiducia che ripose in se stesso rimpicciolì la sua fede.

 

Nel cortile della casa del sommo sacerdote, furono sufficienti le parole di alcune serve per far affondare Pietro. Non era davanti a un giudice, nell’aula di un tribunale, né incatenato alla colonna, con un soldato dietro di lui pronto a frustarlo.
Erano solo delle serve, eppure Pietro ne fu terrorizzato e cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell’uomo. Cominciò ad affondare.
L’evangelista Luca scrive che in quell’istante il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro (Lc 22,61).
Matteo invece non riporta alcun incontro di sguardi.
Ma in quel momento Pietro incontrò il Signore, anche se non lo vide, e nel silenzio che seguì alle sue imprecazioni ne sentì la voce.
Silenzio che, per un istante, fu lacerato dal canto di un gallo.
Allora Pietro si ricordò della parola di Gesù.
Percepì la voce del Signore, voce di silenzio sottile.
E, uscito fuori, pianse amaramente (Mt 26,69-75).
Le sue lacrime furono come il mantello di Elia.
Quel mantello con cui il profeta di fuoco si coprì il volto al passaggio di Dio.

 

Rabbi David Moshe di Tzartkov si astenne per molto tempo da ogni predica e omelia. Quando gli si chiese il perché, rispose: Ci sono settanta modi di interpretare la Torah. Uno di essi è il silenzio.