PENSARE
30 agosto 2020, XXII DOMENICA PER ANNUM A
(Ger 20,7-9; Sl 63/62; Rm 12,1-3; Mt 16,21-27)

 

Va’ dietro a me, Satana! (Mt 16,23)

 

L’abitudine alla croce ci impedisce di comprendere lo scandalo che le parole di Gesù provocarono nel cuore dei discepoli quando rivelò che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Il fatto che Pietro non si limiti a chiedere spiegazioni, ma giunga a sdegnarsi contro il Maestro che incuteva timore e dal quale era abituato a ricevere correzioni anche dure (Mt 14,31; 16,8-11), manifesta l’enormità inconcepibile del Messia (Sergio Quinzio).
Va’ dietro a me, Satana! – fu la riposta di Gesù
E la reazione violenta del Messia mite e umile di cuore (Mt 11,29), sta a indicare quanto egli sentisse pericolosa e seducente la tentazione di non percorrere la strada che il Padre aveva tracciato per salvare gli uomini che non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

 

All’inizio, nel deserto, dopo la terza tentazione, il Signore aveva cacciato il diavolo con un imperativo che chiudeva definitivamente la questione: Vattene, Satana! (Mt 4,10).
Parole simili a quelle rivolte a Pietro, ma con una differenza fondamentale.
Il diavolo fu allontanato e ricacciato negli inferi.
Pietro invece non fu cacciato via, ma fu rimesso al suo posto, dietro al Signore, che è il posto del discepolo.

 

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…

 

La morte violenta di Gesù e la via inevitabile della croce sono pensieri inconcepibili se pensiamo secondo gli uomini.
Solo chi si pone dietro a lui e confida nelle Sua Parola può accettarli.
Gesù chiedeva la fiducia ai discepoli.
E la fiducia esige pazienza.
Pazienza con se stessi.
E pazienza con Dio.

 

Invece di pazientare dietro al Signore e con il Signore, Pietro si pose come pietra d’inciampo nel cammino verso Gerusalemme per proporgli la scorciatoia del successo.
Pietro avrebbe voluto un condottiero che conquistasse le folle, un rabbi che seducesse il popolo con parole accattivanti, un Messia che a colpi di miracolo risolvesse i problemi della gente.
Esattamente quello che il Diavolo aveva proposto a Gesù nel deserto (Mt 4,1-11).

 

Alla religione del successo e del benessere che non passa mai di moda e che conduce alla perdizione, Gesù contrappose la via lunga e complicata che passa per il deserto e per l’oscurità (Mt 7,13-14). Un cammino faticoso lungo il quale accade di smarrirsi o di scendere fino in fondo all’abisso, nella valle delle ombre, prima di poter ritrovare la strada.
Ma se non passasse per quei luoghi non sarebbe al via che conduce a Dio, perché Dio non dimora in superficie (Tomàš Halìk).
L’immagine biblica di Israele che impiega quarant’anni per attraversare un deserto prima di giungere alla Terra Promessa è l’icona perfetta del cammino del discepolo.

 

Pietro impiegò una vita intera per comprendere le parole di Gesù.
La tradizione racconta che morì crocefisso, a testa in giù.
Fu lui stesso a chiederlo perché pensava di non meritare di morire come il suo Signore.
Con quest’atto di umiltà, oltre a morire come desiderava, ottenne la grazia di riuscire finalmente a vedere la storia e la sua stessa vita da un altro punto di vista, da una prospettiva rovesciata rispetto a quella del mondo.
Morì vedendo le cose secondo Dio e non più secondo gli uomini.

 

Ma l’apostolo che più di ogni altro comprese lo scandalo della croce, fu Paolo di Tarso.
Nel suo secondo viaggio apostolico giunse ad Atene.
Nell’Areopago trovò un altare a un dio ignoto (At 17,16-34) e la scoperta gli suggerì una strategia per conquistare alla fede la piazza di Atene con le parole seducenti della poesia e della filosofia.
Voleva rivelare il volto di quel dio sconosciuto e indicare il luogo dove trovarlo.
Subito i presenti lo ascoltarono con attenzione, ma quando Paolo iniziò a parlare di Gesù, della sua morte e della sua risurrezione, cominciarono a deriderlo e lo lasciarono là, solo con il suo Dio Ignoto.
Il fallimento di Atene non lo spinse ad aggiustare il tiro, a rivedere le sue posizioni, ma lo confermò nel suo dovere di annunciare nient’altro che la morte e la risurrezione di Gesù.
Ai cristiani di Corinto scrive: La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza noi annunciamo Cristo crocefisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,18-25).
Paolo sembra “non conoscere” il Gesù della mangiatoia o del tempio, del deserto o del Tabor, il Gesù che predica, che guarisce, che moltiplica il pane e cammina sull’acqua. Paolo non vuol conoscere nient’altro che il Cristo crocefisso (1Cor 2,2).
E il Cristo risorto.
Perché, se Cristo non fosse risorto dai morti, vana sarebbe la nostra fede (1Cor 15,17).

 

Ciò che Gesù aveva annunciato ai discepoli a Cesarea di Filippo accadde un venerdì pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua, sul Golgota.
Quel giorno nessuno dei discepoli prese la sua croce e seguì il Signore, ma tutti, Pietro compreso, lo abbandonarono e fuggirono (Mt 26,56).

 

Quelli che passavano di là, i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani gli chiedevano di scendere dalla croce se era il Figlio di Dio, il Re di Israele, e gli avrebbero creduto.
Le stesse parole seducenti del diavolo nel deserto e di Pietro a Cesarea di Filippo.
Dall’alto della croce Gesù non rispose e si abbandonò alla volontà del Padre che sembrava averlo abbandonato (Mt 27,46).
L’unico che comprese la Verità fu il centurione romano che stava sotto la croce.
Comprese che quel legno di morte era un albero di vita e che quell’uomo che rinnegava se stesso non stava perdendo la sua vita ma la stava ritrovando per donarla all’umanità.
Davvero – disse – costui era Figlio di Dio (Mt 27,54).
Come Pietro a Cesarea (Mt 16,16), senza sapere ciò che diceva ma con la certezza che quella fosse l’unica Verità, professò la sua fede in Gesù, prese la sua croce e iniziò il suo lungo cammino dietro a Lui.

 

Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Questa è la vera prova che il cristianesimo è qualcosa di divino.
(Simone Weil).