PERDONARE
13 settembre 2020, XXIV DOMENICA PER ANNUM A
(Sir 27,33 – 28,8 (NV) 27,30 -28,7 (gr.); Sl 103/102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35)

 

Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi (Mt 18,23)

 

La risposta che Gesù diede a Pietro sul perdono si contrappone come perfetta antitesi alla violenza invocata da Lamec all’inizio del primo libro biblico: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette (Gen 4,23-24).

 

Ma la risposta così categorica di Gesù sul perdono incondizionato si colloca nell’evangelo tra testi di rigorosa giustizia che sembrano contraddirla.
La giustizia che stabilisce di affogare con una macina da mulino al collo chi dà scandalo a uno solo di questi piccoli che credono (Mt 18,6) e quella che decide di scomunicare e considerare come pagano e pubblicano il fratello che non si pente (Mt 18,15-17).
La stessa parabola del debitore senza pietà che viene consegnato nelle mani degli aguzzini finché non abbia restituito tutto il dovuto, sembra smentire ciò che Gesù aveva annunciato sul monte delle Beatitudini abolendo la legge del taglione per una giustizia superiore a quella di scribi e farisei (Mt 5,38-42).

 

Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi…

 

Come tutte le parabole anche questa è molto più che una favoletta morale.
Nella parabola c’è il mistero di un Dio che non si lascia facilmente inquadrare dentro le categorie umane di misericordia o di giustizia.
Sarebbe pericoloso applaudire a un Dio che come il re della parabola punisca severamente il servo che ha sperimentato la generosità del re e non ha avuto pietà del suo compagno.
E sarebbe altrettanto pericoloso leggere le parabole di Gesù collocandoci sempre dalla parte dei buoni e delle vittime e mai da quella del carnefice.
La parabola è raccontata per noi che siamo quel servo malvagio.

 

Il suo (e nostro) peccato originale è la cecità.
Quel servo è un uomo graziato che è incapace di vedere la grazia ricevuta senza alcun merito.
E significativo che l’ultimo miracolo compiuto da Gesù, prima del suo ingresso a Gerusalemme, sia stato quello di guarire due ciechi nella città di Gerico (Mt 20,29-34).
Un miracolo che riguardò più gli occhi dell’anima che quelli del corpo.
Infatti, dopo aver recuperato la vista, i due guariti lo seguirono, divennero discepoli.

 

Il settanta volte sette del perdono non si oppone all’inflessibile condanna finale del servo.
Il Signore è compassionevole, ma è anche esigente, e la sua esigenza è precisamente la misericordia. L’ira di Dio è l’altra faccia della sua misericordia, quella che si rivela a chi, pur essendo già stato beneficiario della sua misericordia, ancora non la capisce, non la vive, non la pratica verso gli altri (Alberto Mello).

 

Il linguaggio paradossale e contraddittorio di Gesù è quello dei profeti che mettono in guardia il popolo tentato di dimenticare i benefici ricevuti dal Signore.

 

La parabola prima di essere un invito a rimettere i peccati dei fratelli è un severo invito a riconoscere l’enormità dei nostri debiti e la grandezza della misericordia di Dio verso di noi.

 

La preghiera di lode è il primo passo da compiere per imparare a camminare sulla via lunga e complicata del perdono.

 

Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia (Sl 103,1-4).
 

 

Il salmo 103 è un salmo penitenziale in cui non si chiede perdono, ma si ringrazia per il perdono preventivo di Dio. Questo è il vero atteggiamento dell’uomo penitente.
Il perdono Dio non è in discussione (Egli lo desidera più di noi).
Piuttosto è l’uomo che è chiamato a prendere coscienza del perdono ricevuto prima ancora di chiederlo. Compassione e amore sono le due parole che ritornano con insistenza nel salmo 103, parole che riguardano Dio e riguardano noi.

 

Molto ti è perdonato perché molto hai amato, aveva detto Gesù alla donna peccatrice in casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50). Ma è anche vero che la donna ha molto amato perché, entrando in quella casa, seppe che tutto le era già stato perdonato.

 

Il servo della parabola pur avendo ricevuto molto ama poco, perché rimane ripiegato su se stesso e sul suo ‘giorno fortunato’. Questa è la sua imperdonabile cecità.
Non restituisce amore perché non ha percepito l’amore del re.
È un uomo insipiente e per guarire ha bisogno di una lunga e penosa penitenza, una medicina amara ma necessaria per la sua salvezza.

 

Le ragioni per ringraziare il Signore sono molte ma sono tutti raggi che provengono dall’unico sole. Dio è la ragione stessa del ringraziamento perché il Santo Benedetto continua a credere in noi, nonostante la nostra ostinata durezza di cuore. 

 

Settanta volte sette più che una quantità, indica un tempo.
Settanta volte sette sono ore e giorni, settimane e anni.
Il nostro perdono è un lungo e paziente cammino più che un atto che dipende dalla nostra (più o meno) buona volontà.
Solo Dio perdona settanta volte sette e con il sangue del Figlio sigillò il Suo perdono incondizionato e gratuito, una grazia concessa senza attendere e senza pretendere la nostra conversione.
Affinché vi sia dono bisogna che il destinatario del dono non restituisca, non ammortizzi, non rimborsi, non si sdebiti e non entri in nessun contratto. Al limite affinché ci sia propriamente dono è necessario che colui che riceve non riconosca il dono come dono (Jacques Derrida).

 

Gli amici di Gesù se n’erano andati (Mt 26,56), quelli che stavano sotto la croce lo insultavano e lo deridevano (Mt 27,39-44) e le donne osservavano da lontano (Mt 27,55).
Gesù che aveva guarito malati e indemoniati, che aveva perdonato i peccati, sfamato le folle e restituito speranza a chi l’aveva perduta, morì solo.
Se fosse stato sotto la croce, Pietro avrebbe posto la questione del perdono da un altro punto di vista, il suo.
Signore, quante volte sarò perdonato? – avrebbe chiesto a Gesù.
E nel silenzio del Golgota avrebbe percepito la risposta.

 

Nei momenti di tensione l’uomo religioso può inciampare, può commettere gravi errori oppure smarrirsi; nella sua debolezza, può temporaneamente cedere a ciò che è piacevole anziché tenersi legato a ciò che è vero, può inseguire ciò che è ostentazione anziché ciò che è semplice e difficile; tuttavia la sua adesione Dio risulterà soltanto allentata, non si infrangerà mai del tutto. A simili errori segue infatti sovente un nuovo slancio verso la meta e l’errore serve a dare un nuovo impulso.
(Abraham J. Heschel, L’uomo non è solo)