LAVORARE
20 settembre 2020, XXV DOMENICA PER ANNUM A
(Is 55,6-9; Sl 145/144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16)

 

Così gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi (Mt 19,30; 20,16)

 

I pensieri del Signore non sono i nostri pensieri, le nostre vie non sono le sue vie.
Le parole di Isaia confermano l’oscura parabola degli operai mandati nelle diverse ore del giorno a lavorare nella vigna.
Vale la pena essere tra i chiamati della prima ora se il salario sarà lo stesso di chi ha lavorato un’ora soltanto? Vale la pena vivere onestamente e religiosamente per tutta la vita per essere trattato come chi per tutta la vita non ha tenuto in nessun conto Dio e i suoi comandamenti?

 

Fernando Pessoa risponde a questa domanda parlando di Amerigo Vespucci e dei suoi viaggi in un mare sconosciuto e infinito.
Ne è valsa la pena? Tutto vale la pena se l’anima non è misera.

 

Il cammino che percorre vie che non sono le nostre vie, e la lotta estenuante con un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri non sono per anime misere.

 

La parabola si apre con l’annuncio che i primi saranno ultimi (Mt 19,30) e si chiude, come un sigillo definitivo, con l’annuncio che gli ultimi saranno primi (Mt 20,16).

 

Chi sono questi ultimi che saranno primi e che riceveranno la stessa ricompensa di coloro che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo?
La parabola non parla di uomini dall’anima misera che se la sono spassata, ma di chi ha portato il peso di una lunga attesa con il timore di non ricavare dalla vita alcun guadagno. Racconta la storia di uomini e donne che hanno vissuto con il desiderio di una chiamata e la pena di non sentirla arrivare. Sono uomini e donne che hanno pazientato a lungo in quella piazza, senza abbattersi. Sono diventati primi perché non hanno disperato.
Sono beati perché sono i più poveri di spirito (Mt 5,3), quelli che hanno atteso più a lungo e hanno patito la delusione, perché la salvezza non è frutto delle opere, ma del dolore di non poterle compiere (Sergio Quinzio).

 

L’anima di questi ultimi diventati primi non era meschina come quella di chi in quella vigna ci ha lavorato fin dall’inizio e non ne ha compresa la grazia.
Come il fratello maggiore nella parabola del Padre Misericordioso.
Un figlio con il cuore piccolo e pieno di risentimento, incapace di gioire per quello che ha e di provare compassione per il fratello che era perduto ed è stato ritrovato (Lc 15,11-32).

 

Gli operai della prima ora hanno fatto il loro dovere e probabilmente l’hanno fatto bene, in modo che non ci sia niente da dire su di loro, ma hanno lavorato per se stessi, per la ricompensa che ne avrebbero ricavato.
Solo alla fine arrivano a conoscere il padrone per il quale hanno sopportato il peso della giornata e il caldo. Il Dio cui hanno dedicato la vita non soddisfa i loro desideri, non è in sintonia con i loro pensieri. Non accettano che Egli possa essere oltre che giusto anche misericordioso e generoso. Sono uomini dall’anima misera e non accettano l’infinita bontà di Dio.

Un giorno alcuni vennero da Rābi‘a, la mistica sufi, e le dissero: Ogni patto ha una condizione e ogni fede una verità: qual è dunque la verità della tua fede? Rispose: Non ho servito Dio per timore del suo inferno né per amore del suo paradiso. Sarei così il cattivo salariato che lavora se teme, che lavora se riceve. Io invece l’ho servito per amore di Lui e per desiderio di Lui (Rābi‘a al Basri, 714 - 801 d.C., è nata e morta a Bassora in Iraq, ed è sepolta a Gerusalemme nell’Orto degli Ulivi).

 

Ma qual è il compenso che il padrone della vigna consegna agli operai che hanno lavorato per lui nella vigna?

 

Quell’unico denaro che tutti indistintamente ricevono alla fine del giorno è il Verbo che si è fatto carne (Gv 1,14). Il Padre non ha altra ricompensa da dare agli uomini che il dono del Figlio. E il Figlio non può essere frammentato, trattato come merce di scambio, quantificato in base al lavoro svolto.
Il Cristo viene dato tutto a tutti e la comunione con Gesù, il Figlio di Dio, è la ricompensa sovrabbondante che ogni discepolo riceve.
L’amore che restituiamo a Dio con il nostro lavoro è solo un pallido riflesso dell’amore che riceviamo lavorando per Lui.
Ai Cristiani di Corinto che, come gli operai della prima ora avevano cominciato a discutere tra loro su chi fosse più meritevole, Paolo scrive: Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità sarei come un bronzo che rimbomba o come un cembalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe (1Cor 13,1-3).
La carità di cui parla Paolo non è il frutto del nostro lavoro, le opere di chi ha sopportato il peso della giornata o di una vita intera, ma una grazia.
È la vita del Cristo in noi.

 

E così gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi.

 

Queste parole decisive che tracciano i confini della parabola, all’inizio e alla fine, prima di riguardare noi e il nostro continuo e appassionato viaggio alla ricerca di Dio, riguardano il Signore stesso, quell’Unico Denaro che è la nostra ricompensa.
Gesù che è ebreo, eletto, come i figli del suo popolo, da primo diventa ultimo (Fil 2,6-8).
E sulla croce, morendo come un pagano, è l’ultimo che diventa primo (Fil 2,9-11).

 

Sotto la croce stava un uomo dell’ultima ora.
Il centurione romano, senza saperlo, aveva atteso nella piazza della sua esistenza che qualcuno lo chiamasse. Rispose alla chiamata senza chiedere, come Pietro, cosa avrebbe avuto in cambio, quale sarebbe stata, alla fine, la sua ricompensa (Mt 19,27).
La sua professione di fede fu dichiarazione d’amore.
Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio! – disse.
La vita del Figlio di Dio, la comunione con Lui, sarebbe stata la sua ricompensa.
Il Denaro che il Padre gli consegnò alla fine di quell’interminabile giornata di lavoro.

 

Ne è valsa la pena? Tutto vale la pena / Se l’anima non è misera.
Chi vuole doppiare il Capo Bojador / Deve doppiare il dolore.
Dio, al mare, diede il pericolo e l’abisso, / Ma è in lui che specchiò il suo cielo.
(Fernando Pessoa)