PENTIRSI
27 settembre 2020, XXVI DOMENICA PER ANNUM A
(Ez 18,25-28; Sl 25/24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32)

 

In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31)

 

La precedente traduzione dei testi biblici invertiva l’ordine di apparizione dei due fratelli di questa parabola. Il primo era quello che diceva Sì, ma poi non andava a lavorare nella vigna. Il secondo era quello che diceva No, ma poi ci andava.
La nuova traduzione del 2008 (rispettando i codici più importanti e i commenti di autorevoli Padri della Chiesa come Ireneo, Origene, Eusebio, Ilario e Cirillo) rovescia le parti e mette prima il No che diventa , poi il che diventa No.
La questione non così è irrilevante come potrebbe sembrare, perché la vecchia traduzione portava istintivamente a identificare il figlio cattivo con Israele e quello buono con la Chiesa.

 

Ma Gesù raccontò la parabola per tutti quelli che lo stavano ascoltando in quel momento, nel cortile del tempio, a Gerusalemme, per gli anziani e i sacerdoti, per i suoi discepoli e la folla. E la raccontò per noi che un giorno l’avremmo letta nelle nostre case o ascoltata nelle nostre chiese.
Non è una parabola ideologica, che traccia confini esterni tra i popoli e le fedi.
È una parabola teologica, che mostra il volto di Dio e il cuore dell’uomo.

 

Un uomo aveva due figli
Due figli incoerenti, perché nessuno dei due fa quello che dice.
Non c’è in loro piena corrispondenza tra la parola e l’azione.
Ma la parabola non è una lezione sulla coerenza.
Il Padre non riprende nessuno dei due per non avere mantenuto la parola data.
E non sembra nemmeno una parabola sull’importanza del fare, perché non viene precisato quanto e quanto bene abbia lavorato il figlio che alla fine nella vigna ci è andato.

 

Il centro della parabola, la sua chiave di lettura, sembra invece in quel piccolo verbo che differenzia le risposte (incoerenti) dei due fratelli.
Pentitosi…
La salvezza non viene dalla perfetta conformità tra la parola e l’azione, ma dalla capacità di ricredersi, dal coraggio di contraddirsi.
La possibilità che il Padre concede sempre di tornare sui propri passi, senza risentimenti e ritorsioni, è l’evangelo del Regno che si è fatto vicino.
Il cammino di fede non è una presa di posizione definitiva, ma un continuo e appassionato viaggio alla ricerca di Dio che sta sempre oltre la nostra limitata capacità di comprenderlo.
Nel cammino spirituale (proprio perché è un cammino) accade inevitabilmente di perdersi e di cadere, ma in qualsiasi momento ci è data la possibilità di una conversione.

 

Il profeta Geremia ha vissuto il dramma del figlio che si è pentito.
Dopo aver detto il suo ‘No’ a Dio, ha lavorato fino alla fine al Suo servizio.
Il suo pentimento fu il travaglio di un parto, il suo rapporto con Dio una lotta che l’ha segnato in profondità.

 

Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome.
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo
(Ger 20,9).
Ecco come si fa a conoscere se uno, anche cadendo e pur essendo carico di colpe di ogni genere, non dimentica l’amore del Padre suo: se non smette la sua corsa; se non è negligente nell’affrontare di nuovo la battaglia contro le stesse cose dalle quali è stato sconfitto; se non si stanca di ricominciare, ogni giorno, a costruire le fondamenta della rovina del suo edificio, avendo sulla bocca la parola del Profeta: Sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina (Mi 7,8).
(Isacco il Siro)

 

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
La risposta è ovvia, il primo.
Ma la volontà del Padre, il suo desiderio e la sua gioia non sono le nostre opere buone, ma il pentimento dei suoi figli che si sono perduti.
C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15,7.10).

 

Quando Gesù raccontò questa parabola, parlava di figli perduti che sono stati ritrovati, che avevano ritrovato la strada di casa (Lc 15,24.32; 19,10).
I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo avevano visto le opere e udito le parole del Battista, ma non si erano nemmeno pentiti per credergli.
I pubblicani e le prostitute invece, dopo avere ascoltato l’invito di Giovanni Battista si sono convertiti e, dopo avere incontrato Gesù, hanno accolto con gioia il suo evangelo.
Per il coraggio di riconoscere il proprio peccato e di ritornare sui propri passi, essi diventano maestri di chi si crede maestro e stanno davanti a chi si ritiene il primo di tutti (Mt 19,30; 20,16).

 

Il primo degli apostoli fu anche il più incoerente.
Ma, come i pubblicani e le prostitute, anche Pietro ha avuto il coraggio di pentirsi e di riaffidarsi alla Parola di Gesù piuttosto che fidarsi delle sue parole.
Il Signore non l’aveva scelto come pietra su cui fondare la chiesa per la sua solida coerenza (Mt 16,18), ma per la fragilità di una fede che l’avrebbe costretto ad appoggiarsi sull’unica Roccia che non viene meno.
Quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,10).

 

La sera della cena, Simon Pietro aveva giurato pubblicamente di essere pronto a sacrificare la sua vita per il Signore (Mt 26,33-35).
Come il secondo figlio della parabola, disse il suo ‘Sì’, senza alcuna titubanza.
Qualche ora dopo, nel cortile della casa del sommo sacerdote alcune serve lo riconobbero e lui giurò e spergiurò di non avere niente a che fare con Gesù.
Non lo conosco, gridò.
Poi il canto di un gallo gli riportò alla memoria le sue promesse vane e le parole che Gesù gli aveva detto e, uscito fuori, scoppiò in pianto (Mt 26,70-75).

 

Quale dei due ha fatto la volontà del Padre?

 

Pietro quella notte non fece nulla per il Signore.
Versò lacrime e quelle lacrime furono il segno del suo pentimento, la volontà del Padre.
Lacrime che, come è scritto nel salmo, il Signore nell’otre suo raccolse (Sl 56,9).

 

Alla radice delle ‘vere’ conversioni troviamo l’inquietudine di uno spirito che ha conservato il potere di smentirsi e, di conseguenza, di rinnovarsi.
(Vladimir Jankélévitch, La cattiva coscienza)