PORTARE FRUTTO
4 ottobre 2020, XXVII DOMENICA PER ANNUM A
(Is 5,1-7; Sl 80/79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43)

 

Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti (Mt 21,43)

 

La parabola dei contadini omicidi inizia con l’imperativo dell’ascolto e termina con una domanda.
Con le sue parabole Gesù non è il giudice che emette sentenze, ma il maestro che interroga affinché chi l’ascolta possa dare un giudizio su ciò che accade e sulla propria vita. Le sentenze chiudono le porte della prigione, le domande offrono la possibilità di uscirne. Aprono la porta alla speranza e alla conversione.
In questo Gesù è un vero maestro e un grande profeta, come i maestri e i profeti biblici.

 

Natan, inviato dal Signore, mise in atto la stessa strategia con il re Davide che aveva sedotto Betsabea, moglie di Uria l’Ittita, uno dei soldati che stava combattendo per lui (2Sam 11-12). La donna era rimasta incinta e il re, cercando di nascondere la sua colpa, ordinò a Ioab, comandante di Uria, di fare in modo che fosse ucciso in battaglia (2Sam 11,15). Morto Uria, Davide mandò a prendere Betsabea e l’aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio.
Accogliere nella reggia la vedova di uno dei suoi soldati sembrò un gesto molto generoso, agli occhi del popolo.
Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore (2Sam 11,26-27).
E il Signore mandò il profeta Natan da Davide con una storia.
In una delle tue città – gli disse – vivono due uomini, uno ricco e l’altro povero.
Il ricco ha bestiame minuto e grosso in gran quantità, mentre il povero non ha nulla se non una pecorella piccina che era per lui come una figlia.
Il ricco invitò a cena un amico e, per evitare di prendere dal suo bestiame quanto gli occorreva per il banchetto, pensò bene di prendere la pecorella del povero.
Davide si adirò contro quel ricco.
Non poteva accettare che nel suo regno accadessero cose simili.
Chi è quell’uomo? – chiese a Natan.
Tu sei quell’uomo! – gli rispose il profeta (2Sam 12,1-7).
Con una semplice storia Natan aiutò il re a riconoscere la propria colpa davanti a Dio e a chiedere perdono. Davide ottenne il perdono ma pagò un caro prezzo per avere insultato il Signore (2Sam 12,13-23).
In quell’occasione Davide compose uno dei salmi più belli dell’intero salterio.
Pietà di me Dio secondo la tua misericordia,
nel tuo grande amore cancella il mio peccato… (Sl 51).

 

Per questo Gesù racconta parabole e lascia che siano i suoi interlocutori a tirarne le conclusioni. Le parabole non sono raccontate per far addormentare i bambini ma per risvegliare la coscienza. Le parabole provocano e sfidano, ispirano e rimproverano, consolano e convertono. Come il Padre, Gesù non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11).

 

Isaia aveva raccontato una parabola simile a quella di Gesù.
La storia di una vigna che invece di dare frutti buoni aveva prodotto uva acerba.
Nella parabola di Gesù la colpa dei contadini non è la qualità scadente del lavoro compiuto, ma la bramosia di essere padroni.
Non riconoscono a Dio la sua autorità.
È il peccato ‘originale’ raccontato dalla prima storia biblica, quando il serpente sedusse la donna instillando in lei la bramosia di diventare come Dio, disobbedendogli.
La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza, prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito che era con lei e anch’egli ne mangiò (Gen 3,1-6).
In quell’atto del divorare c’è la stessa violenza che usano i contadini con i servi e il figlio del padrone: Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!
Quei contadini non lavorano né per il bene del loro signore, né per amore della vigna, ma solo per se stessi e questa bramosia produce solo violenza e morte.

 

Nonostante il conflitto irrisolto con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, Gesù continuò a parlare con loro, a raccontare le sue storie.
La parabola dei contadini omicidi è una parola di speranza, perché non racconta lo scatenarsi della violenza, ma la sua fine. La morte del figlio non è necessaria per placare l’ira di Dio, ma per interrompere il circolo vizioso della violenza umana.

 

Il rifiuto di Gesù non fu un fatto isolato, ma un vertice, un punto di massima chiarezza nel buio che avvolge la terra. Com’era necessario che Gesù andasse a Gerusalemme, così era necessario che fosse condotto fuori della città come un bestemmiatore e fosse ucciso (Lv 24,14). Questa necessità è una necessità d’amore.
Accettando la violenza su di sé, senza reagire, Gesù spezza la catena di violenza che imprigiona l’umanità e apre una nuova via, la via del Regno.
La croce è la chiave di lettura della storia della salvezza, la chiave che apre e chiude le porte del regno di Dio.
Gesù è la pietra che salva, ma rimane anche pietra d’inciampo per chi coltiva la bramosia di diventare padrone della propria vita.
Egli sarà laccio e pietra d’inciampo e scoglio che fa cadere (Is 8,14).

 

Il Signore cambia i contadini che lavorano per lui, ma la Vigna rimane. Il Regno è vicino, ed è affidato a un popolo nuovo che ne produrrà i frutti, il popolo delle beatitudini (Mt 5,1-12). Questo popolo è anche la chiesa, ma non solo: è un miscuglio di ebrei e pagani, di sacerdoti e prostitute, di pubblicani e di rabbini. Un nuovo popolo che appartiene a colui che fu risuscitato dai morti affinché porti frutti per Dio (Rm 7,14).

 

È il popolo generato dal sangue di Cristo sul Golgota.
Ne fanno parte un ladro crocefisso accanto a Gesù (Lc 23,43) e il centurione e quelli che facevano la guardia a Gesù e che, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore (Mt 27,54). Ne fanno parte le donne che osservavano da lontano (Mt 27,54) e quelle che stavano sotto la croce con il Discepolo Amato, la madre di Gesù, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala (Gv 19,25). L’uomo ricco di Arimatea chiamato Giuseppe (Mt 27,57) e rabbi Nicodemo che era andato da Gesù di notte (Gv 19,39). E, a seguire una moltitudine immensa che nessuno potrebbe contare di ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap 7,9).
Il Golgota, luogo arido di morte, quel giorno divenne un terreno fertile, dove il Padre piantò la sua vigna pregiata, la vita del Figlio, affinché chi rimane in lui porti molto frutto (Gv 15,5).

 

Coloro che sono stati morsi dal peccato e nel cui corpo è scorso il suo veleno mortale, guardino a colui che è morto per loro una volta e per sempre e che ora è vivo e donatore di vita. Sentiranno il brivido di una vita nuova scorrere nelle loro vene e vedranno rinnovati i loro pensieri, le loro emozioni, le loro speranze e le loro aspirazioni.
(Anba Epiphanius, abate del monastero di san Macario il Grande in Egitto)