FESTEGGIARE
11 ottobre 2020, XXVIII DOMENICA PER ANNUM A
(Is 25,6-10a; Sl 23/22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)

 

… radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze
si riempì di commensali (Mt 22,10)

 

Il monte Sion, dove il Signore preparerà il suo banchetto, è una piccola collina che si eleva a 780 metri sul livello del mare nella zona sud orientale di Gerusalemme.
Il suo nome sembra significare un territorio arido e roccioso e richiama un altro luogo dal nome simile e altrettanto fondamentale nella storia di Israele, il Sinai.
In quel deserto il Signore aveva formato il suo popolo, aveva procurato il cibo e l’acqua (Es 16,4; 17, 6). Nel deserto Dio aveva condotto e ricondotto Israele, la sposa infedele, per parlare al suo cuore, per una nuova storia d’amore (Os 2,16).
Sion nelle visioni dei profeti è tutto questo. Quella piccola collina arida dove Dio ha posto la sua dimora è il centro, l’ombelico della terra (Ez 38,12).
E se Gerusalemme, la città che sorge sulla collina di Sion, sarà ripetutamente distrutta resterà viva per sempre un’altra Gerusalemme che non sarà ingoiata dalla morte.
Una città nella quale – come scrive il profeta Isaia – la morte sarà eliminata (letteralmente ingoiata) per sempre da Dio.

 

Ma la radice del termine Sion rimanda anche a un altro significato: segnale.
Gerusalemme-Sion è il grande segnale, il segno per eccellenza della presenza costante di Dio sulla terra. Un segno non solo per Israele, ma anche per tutti i popoli.
Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.

 

E di questo sontuoso banchetto parla anche il Signore con l’ultima delle tre parabole rivolte ai sacerdoti e ai capi del popolo che lo rifiutano.

 

Parabola stranissima e paradossale, come molte delle parabole di Gesù.
Anzitutto per il rifiuto ostinato e violento degli invitati a un evento gioioso, rifiuto che farà terminare nel sangue e nel fuoco un giorno di festa.
E poi per lo strano caso dell’uomo che non indossava l’abito nuziale.
Le nozze del Messia saranno tragiche e povere (Sergio Quinzio).

 

Come tutte le parabole di Gesù, anche questa contiene un invito caratterizzato da un clima di festa e, nello stesso tempo, da un sentimento di urgenza.
Tutto è pronto, il tempo è compiuto, il regno dei cieli è vicino, (Mt 4,17), non è permesso essere distratti da altre cose, non c’è niente che conti più di questo banchetto che sancisce l’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo.

 

Nel cuore dell’evangelo di Gesù c’è il Padre buono che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45).
E c’è il Re esigente che pretende dagli alberi frutti fuori stagione (Mt 21,18-19) e miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso (Mt 25,24-26).

 

Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi (1Tim 2,4), ma ogni invito di Dio porta con sé anche un giudizio, perché la chiamata non garantisce l’elezione.
Il vecchio Simeone l’aveva annunciato a Maria e a Giuseppe quando portarono Gesù al tempio per presentarlo al Signore.
Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori (Lc 2,34-35).

 

Gesù non è un idealista, non si fa illusioni sulla natura umana.
Egli sa che gli uomini sono cattivi (Mt 7,11) e che solo Dio è buono (Mt 19,17).
Ma l’essere cattivi non preclude l’ingresso del regno.
I servi raccolsero dalla strada tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni.
L’abito nuziale che l’invitato non indossa non è un abito ‘morale’, ma una veste interiore, il desiderio di una profonda conversione del cuore.
Un habitus che diventa abitudine, un modo abituale di vivere e di pensare.
L’evangelo di Gesù non è una toppa nuova da cucire su un vestito che rimane vecchio. Non si può versare vino nuovo in otri vecchi (Mt 9,14).
Il re – direbbe Simeone – ha svelato i pensieri del cuore di quell’invitato.
La conversione necessaria, l’abito nuziale che non può mancare, è la consapevolezza della propria condizione di peccato e l’accoglienza del dono del Suo amore.
Quell’uomo indossava il vestito della presunzione e dell’ipocrisia.

 

Il Golgota è una piccola collina fuori delle mura di Gerusalemme.
Un luogo arido, come il monte Sion.
E come Sion, un segnale.

 

Là fu condotto Gesù dopo essere stato spogliato delle sue vesti e caricato della croce.
Su quel monte – come aveva profetizzato Isaia sette secoli prima – il Signore degli eserciti aveva preparato un banchetto per tutti i popoli…

 

Quando Gesù fu crocefisso, la vigilia della festa di Pasqua, a mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio (Mt 27,45).
Chi non indossava l’abito nuziale percepì solo il buio, ma chi lo indossava vide che in quell’ora fu strappato il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni.

 

Chi non indossava l’abito nuziale pensò che Gesù fosse solo un essere umano abbandonato da Dio e dagli uomini (Mt 27,46-47), ma chi lo indossava vide le mani di Dio che, con molta tenerezza, asciugavano le lacrime del Figlio.

 

Verso le tre Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito (Mt 27,50).
Chi non indossava l’abito nuziale vide solo un uomo che moriva, ma chi lo indossava seppe con certezza che in quel momento – come aveva scritto Isaia – il Signore aveva ingoiato la morte per sempre.

 

Secondo il racconto dell’evangelista Matteo, in quel pomeriggio solo un uomo partecipò a quel banchetto.
Era uno straniero, trovato in quel crocevia del Golgota e chiamato all’ultimo momento.
Buono o cattivo che fosse, sporco o pulito, religioso e meno, il centurione romano che stava sotto la croce indossava l’abito nuziale.
Quando il Re gli chiese perché fosse là, egli rispose: Perché quest’uomo è il Figlio di Dio (Mt 27,54).

 

‘Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?’.
Questa è la vera prova che il cristianesimo è qualcosa di divino.
Simone Weil