DIVENTARE SANTI
1° novembre 2020, Solennità di tutti i Santi
(Ap 7,2-4.9-14; Sl 24/23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-11)

 

Io Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente (Ap 7,2)

 

Nella Vita del santo martire Ignazio il Teoforo, vescovo di Antiochia, è scritto che quando i soldati lo portavano a Roma per il supplizio a causa di Cristo, egli pronunciava ininterrottamente con le labbra il nome del Signore Gesù. Gli chiesero allora per qual motivo pronunciasse quel nome. Il santo martire rispose che come quel nome era scritto nel suo cuore, così lo pronunciava con le sue labbra. Ed ecco che, dopo che le fiere lo avevano sbranato e per divina provvidenza erano rimaste intatte le ossa e il cuore, i carnefici si ricordarono delle sue parole e si dissero: “Vediamo se, come diceva, nel suo cuore è scritto il nome di Gesù Cristo”. Tagliarono il cuore e vi trovarono scritte con lettere d’oro le parole: “Gesù Cristo”.
(Dimitrij di Rostov, Passione del santo ieromartire Ignazio Teoforo).

 

Possiamo credere o non credere a questa storia, pensare che sia solo una leggenda edificante, ma la verità che contiene è più vera dei fatti realmente accaduti.

 

Tutta la storia biblica, dal primo all’ultimo libro, è contrassegnata da un sigillo divino.

 

Caino aveva ucciso il fratello e la voce del sangue di Abele gridava a Dio dal suolo.
Il grido di quel sangue non gli avrebbe dato pace per tutta la vita, come una maledizione.
I suoi giorni sarebbero stati quelli di un fuggiasco sulla terra, con una taglia sulla testa.
Caino da omicida e carnefice era diventato vittima.
Riconobbe che la colpa commessa era troppo grande per ottenere il perdono e gridò a Dio la sua disperazione.
Allora il Signore impose a Caino un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse (Gen 4,8-15).
Dio non abbandona i poveri che gridano a lui, fossero anche degli assassini.

 

La storia di Caino, ramingo e fuggiasco sulla terra, divenne la storia di un popolo esule in terra d’Egitto. Il sangue dei figli di Israele gridava a Dio dalla terra del faraone e Dio vide la miseria del suo popolo, udì il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti, conobbe le sue sofferenze e scese per liberarlo (Es 3,7).
Nella notte del primo esodo, l’uscita dall’Egitto, Dio ordinò ai figli di Israele di tracciare con il sangue dell’agnello un segno sull’architrave e sugli stipiti delle porte esterne, perché l’angelo sterminatore passasse oltre le case degli ebrei (Es 12,22-23).
Fu la prima pasqua di un popolo che iniziava un cammino di salvezza.

 

In terra d’esilio, a Babilonia, Ezechiele fu condotto in visione a Gerusalemme, nel cortile del tempio. Vide un uomo vestito di lino che aveva al fianco una borsa da scriba. Il Signore gli ordinò: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono (Ez 9,3-4).
Il tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, nella sua forma arcaica assomiglia a una croce. Questo segno avrebbe preservato il resto di Israele dallo sterminio.

 

Il sangue di Abele sulla fronte di Caino, il sangue dell’agnello nella notte pasquale, il tau di Ezechiele annunciano il Cristo venuto a cercare e a salvare chi era perduto (Mt 18,12-14) e a porre il suo sigillo sulla fronte e nel cuore di un popolo ramingo e fuggiasco sulla terra.
Sul monte, un popolo di poveri che sospirano e piangono sentì dalla bocca di Gesù la sua paradossale via della felicità. Il Signore non si limitò a suggerirla, ma la percorse fino in fondo, anche quando le folle che lo seguivano si assottigliarono e Giuda lo tradì (Mt 26,21-25), quando i discepoli spaventati fuggirono (Mt 26,56), Pietro, la Roccia, lo rinnegò (Mt 26,69-75) e le donne che lo amavano rimasero a guardare da lontano (Mt 27,55).
La via delle beatitudini lo condusse sulla cima del Golgota, circondato da un popolo che lo derideva, lo insultava, e lo percuoteva (Mt 26,27-31.39-44).

 

Gesù è il povero di spirito che consegna il suo spirito a Dio (Lc 23,46).
È l’afflitto che non piange per sé ma per l’amico Lazzaro (Gv 11,35) e per le figlie di Gerusalemme e i loro figli (Lc 23,28-31). È il mite che non reagisce alla violenza di chi lo percuote, gli sputa addosso e lo deride (Mt 27,28-31).
È l’affamato e l’assetato di una giustizia che non è di questo mondo (Gv 19,28-30).
È il misericordioso che invoca misericordia per uomini che non sanno quello che fanno e che, come Caino, sono carnefici e vittime (Lc 23,34).
È il puro di cuore che si abbandona al Padre che sembra averlo abbandonato (Mt 27,46), con la certezza che i suoi occhi lo vedranno quando si chiuderanno sulla scena di questo mondo.

 

Quando tutto fu compiuto (Gv 19,30), un soldato gli colpì il fianco con una lancia e subito ne uscì sangue ed acqua (Gv 19,34).

 

Quel sangue è il sangue di Abele che diventa un segno di salvezza sulla fronte di Caino.
È il sangue dell’agnello posto sugli stipiti e sull’architrave delle case di un popolo in partenza per la Terra Promessa.
È il sangue che traccia il tau, la lettera simile alla croce, sulla fronte di uomini e donne che sospirano e piangono.
Ed è il sangue che rende candide le vesti degli eletti.

 

Nell’ultimo libro biblico, l’Apocalisse, Giovanni racconta una visione.
Vide un angelo che saliva dall’oriente, il luogo dove nasce il sole, da dove la vita riprende dopo la notte. Aveva in mano il sigillo del Dio vivente.
C’è un popolo segnato con questo sigillo: centoquarantaquattromila seguiti da una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tra essi uomini e donne vestiti di bianco che avevano lavato le loro vesti, rendendole candide con il sangue dell’Agnello.
È il popolo delle beatitudini che segue l’Agnello ovunque vada (Ap 14,4).
Il sigillo che portano sulla fronte – rivela Giovanni – è il nome dell’Agnello e il nome del Padre suo (Ap 14,1).

 

La chiamata di ogni cristiano alla santità non è un invito alla perfezione morale e alla virtù, ma all’accoglienza di una grazia. Diventare santi è prendere coscienza del sigillo che Dio ha impresso sulla fronte e nel cuore dei suoi eletti.
La santità è nel Nome di Gesù che, come si racconta di Ignazio il Teoforo, Dio ha inciso per sempre, a lettere d’oro, nella stanza segreta del cuore.

 

Oggi è venuto da me padre T. Sapendo che questo anziano è un asceta, pensai che amasse parlare di Dio. Ho conversato a lungo con lui e poi gli ho chiesto di dirmi una parola per la mia anima, affinché potessi correggere i miei errori. Stette un po’ in silenzio e poi disse: “In te si percepisce l’orgoglio… Perché parli così tanto di Dio? I santi nascondevano l’amore di Dio nel proprio cuore, ma amavano parlare del pianto”.
(Silvano dell’Athos)