RISCHIARE
15 novembre 2020, XXXIII DOMENICA PER ANNUM A§
(Prv 31,10-13.19-20.30-31; Sl 128/127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30)

 

Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra:
ecco ciò che è tuo. (Mt 25,25)

 

L’ultima parabola di Gesù parla di una montagna di soldi e dei tre servi cui sono affidati. Due di essi si mostrano intraprendenti e si danno da fare.
Il terzo, invece, appare più prudente, ma il suo comportamento non è del tutto irragionevole, assomiglia a una forma di assicurazione contro i ladri.
Ladri che, a volte, – con tutto il rispetto per la categoria – indossano l’abito del banchiere.
A questo proposito il Talmud afferma che il denaro non può essere custodito con sicurezza se non sotto terra” (Baba’ Mezi‘a’ 42 a).
Oltre alla sfiducia nelle banche, il terzo servo aveva anche altre buone ragioni per giustificare il suo comportamento.
La Torah, per esempio, vieta espressamente di prestare denaro a interesse non solo a chi appartiene al popolo di Israele (Es 22,24; Dt 15,6; 23,20-21), ma anche a chi risiede in Israele come straniero o ospite (Lv 25,35-37).
Inoltre dare soldi in prestito per ricavarne un interesse, come avrebbe dovuto fare il servo secondo il suo padrone, contraddice l’invito ripetuto nella Scrittura, di accontentarsi del poco senza inseguire la pericolosa speranza di arricchirsi trafficando (Prv 27,23-27; 28,8.19-20).
E come metterla con i gigli del campo e gli uccelli del cielo del primo discorso pubblico di Gesù? Non preoccupatevi – aveva detto – di ciò che mangerete o di che cosa indosserete. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani. Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,25-33)?
E se, per ipotesi, i due servi intraprendenti avessero fatto cattivi investimenti e avessero perso tutto, il Signore li avrebbe puniti severamente e avrebbe lodato il terzo che almeno era risuscito a salvare una parte del patrimonio?

 

Come le altre, anche questa è una parabola paradossale, complicata nella sua matematica semplicità. Ce l’hanno raccontata fino alla nausea nelle lezioni di catechismo e a scuola per invitarci a fare di più e a non sprecare i doni ricevuti dal cielo o dalla natura. Come se il regno di Dio avesse a che fare con il talento del disegno o della scrittura, di una qualche abilità fisica, intellettuale o morale.

 

Che cosa è cambiato nella mente e nel cuore del Messia dai primi giorni luminosi e poetici della Galilea quando parlava di uccelli del cielo e di gigli del campo?
Che cosa lo spinse a raccontare le sue ultime parabole con toni così severi e giudizi implacabili che non accettano giustificazioni?
Il tempo di Gesù che si è fatto breve, questo è cambiato.
Il Messia ha le ore contate e se il Messia muore, allora il tempo non è più quello della prudenza per vivere, ma quello del rischio e della morte (Sergio Quinzio).

 

Le grandi figure bibliche hanno vissuto la fede come un rischio e non come un calcolo.

 

Abramo, il primo credente, ha rischiato investendo tutto quello che aveva nel più inaffidabile dei titoli, una Voce che gli chiedeva di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18).
E non solo all’inizio, quando il Signore gli ordinò di lasciare la sua terra, la sua parentela e la casa di suo padre per dirigersi verso l’ignoto, verso una terra che gli sarebbe stata indicata (Gen 12,1).
Il rischio più azzardato, l’investimento più spregiudicato fu quando Dio gli ordinò di prendere suo figlio, l’unigenito, l’amato, Isacco e di portarlo nel territorio di Moria per offrirlo in olocausto su un monte che gli avrebbe indicato.
E Abramo partì (Gen 22,1-3).
Per l’ennesima volta.
Aveva investito tutta la sua vita su una Parola che gli aveva promesso un figlio e una discendenza. Secondo la tradizione aveva centotrentasette anni quando partì e con questo viaggio rischiava di perdere il figlio, l’amore di sua moglie e la fede in un Dio che avrebbe potuto rivelarsi una grande illusione.
Il testo biblico non dice nulla dei pensieri di Abramo in quei tre giorni di cammino insieme  al figlio Isacco. Ci pensa il Midrash a riempire questo vuoto.
Mentre salivano verso il territorio di Moria, Satana tentò di far ragionare Abramo e di fargli capire che stava commettendo una grande sciocchezza, irragionevole e moralmente colpevole. Il Dio che oggi ti dice: Uccidi tuo figlio! domani potrebbe dirti: Assassino.
Come il terzo servo della parabola, Satana gli suggeriva di lasciare le cose come stavano: aveva un figlio e molti beni, era amato dai suoi e stimato dalle tribù confinanti. Cosa gli impediva di ‘seppellirsi’ a Bersabea e di godersi in santa pace gli ultimi anni della sua vita?

Consigli diabolici e pieni di ragionevole saggezza.
La fede invece fa precipitare in un buio fitto. Non è vero (come a volte si afferma con troppa leggerezza) che credere è un’esperienza rassicurante e protettiva.
Spesso, invece, è un cammino che attraversa deserti che sembrano non finire mai.
La fede del credente è un combattimento notturno che lascia ferite che non si rimarginano, come accadde a Giacobbe nel guado dello Iabbok (Gen 32,25-32), è un complicato discernimento tra voci contrastanti. Eppure è la fede che apre sentieri non ancora tracciati, che comincia nuove storie dentro un modo che racconta sempre le solite storie.
Spesso l’oscurità della fede ha il potere di illuminare la realtà.
Abramo rispose a Satana: Qualunque cosa succeda, ciò non di meno, farò quello che il Signore mi chiede di fare.
‘Ciò non di meno’ ha il valore di una scommessa. La fede di Abramo, la “ragione” del credente, è appesa a un filo molto sottile, come il ‘forse’ dei profeti (Alberto Mello).

 

Il Padre aveva affidato a Gesù il talento prezioso di tutti i suoi figli.

 

All’inizio della vita pubblica, nel deserto, il diavolo tentò il Signore proponendogli i suoi ragionevoli investimenti per il bene suo e dell’umanità (Mt 4,1-11).
Satana tornò alla fine, sul Golgota e, servendosi di chi passava di là e lo insultava, gli suggerì di non sprecare così il dono della vita e di scendere dalla croce (Mt 27,39-44). Gesù non ascoltò quelle voci ragionevoli, ma obbedì alla volontà del Padre e accettò il rischio, come Abramo, sperando contro ogni speranza.
Per vincere accettò di essere sconfitto, e per moltiplicare la potenza della grazia investì tutto quello che aveva e che era nella debolezza della croce.
E per portare la vita, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte (Fil 2,8).
Paradossalmente, fece proprio quello che aveva fatto il terzo servo della parabola.
Solo che non era un grosso talento d’oro ciò che seppellì, ma un piccolo seme pieno della forza di Dio (Gv 12,24).

 

Con la fede l’uomo può attingere la verità e goderne, con fiducioso abbandono, una pienezza di conoscenza e di vita quale nessun’altra forma di sapere può assicurare. È una scelta che non si può compiere una volta per tutte, in modo definitivo e sicuro, ma che si deve ripetere in ogni istante, con una lotta intrepida e un continuo trionfo sul dubbio. La fede unisce paradossalmente ‘securitas’ e ‘insecuritas’, la pienezza del possesso e il bisogno della conferma, la tranquillità del successo e la precarietà della scommessa, la serenità della scoperta e l’inquietudine della ricerca.
(L. Pareyson, Verità e interpretazione)