GIUDICARE
22 novembre 2020, CRISTO RE DELL’UNIVERSO A
(Ez 34,11-12.15-17; Sl 23/22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46)

 

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui,
siederà sul trono della sua gloria (Mt 25,31)

 

Gesù aveva iniziato la vita pubblica sulla cima di un monte.
S’era seduto, su una pietra probabilmente, e aveva iniziato a parlare, mentre la folla gli si stringeva attorno. Un popolo eterogeneo di uomini e donne, di discepoli appena eletti e di semplici curiosi, di gente che aveva rinunciato a una giornata di lavoro per ascoltarlo e altri che non avevano niente di meglio da fare, di farisei onesti e di pubblici peccatori, di donne virtuose e altre di facili costumi.
Chi udì dalla bocca del Messia le beatitudini non trattenne le lacrime (Mt 5,1-12).
Quel giorno le folle che ascoltarono Gesù sentirono vicino il regno di Dio (Mt 4,17).

 

Anche alla fine il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e si siederà.
Non su una pietra, come all’inizio, ma sul trono della sua gloria.
Vicino a lui non ci saranno i discepoli, ma tutti i suoi angeli.
Si farà silenzio, ma non sarà lo stesso percepito sul monte delle beatitudini.
I popoli radunati non gli si stringeranno attorno, non ci sarà confusione, perché le parole del Figlio dell’uomo tracceranno una linea precisa che separerà i benedetti dai maledetti.
Ciò che tutti, indistintamente, condivideranno in quel giorno sarà la sorpresa.
Quando mai? – dirà sia chi non lo conosceva e viene riconosciuto, sia chi credeva di conoscerlo e non viene riconosciuto.

 

Qual è il vero volto di Gesù tra queste due immagini così contrapposte e contraddittorie?
L’amico che siede su una pietra, che si lascia avvicinare e toccare e le cui parole guariscono le ferite di chi ha il cuore spezzato (Sl 34,19)?
O il Figlio dell’uomo seduto come un Giudice sul trono della sua Gloria ed emette sentenze che non contemplano ricorsi, non ammettono la scusa dell’ignoranza e aprono le porte della vita eterna o spalancano quelle del supplizio eterno?

 

Tutte e due questi volti sono quelli di Gesù.
E nessuno dei due è il suo unico e vero volto, perché egli è oltre ogni immagine e capacità di comprensione.
Si comprehendis, Deus non est (Agostino di Ippona).
Quando crediamo di avere com-preso qualcosa di Dio con la nostra intelligenza, allora non è Dio, quando pensiamo di averlo ‘preso con le nostre mani’, possiamo essere certi che è un idolo, fatto a nostra immagine e somiglianza.

 

Terminati questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso (Mt 26,1-2).

 

Il Figlio di Dio che all’inizio, seduto sul monte, aveva conquistato la folla con le beatitudini, alla fine si trovò circondato da una folla che gli gridava contro il suo crucifige e chiedeva libertà per Barabba (Mt 27,15-23).
Il Figlio dell’uomo che alla fine della storia, siederà sul trono della sua gloria per giudicare tutti i popoli, pochi giorni dopo aver pronunciato questi discorsi, comparve davanti al governatore per essere giudicato da un tribunale umano e condannato al supplizio della croce come un criminale comune (Mt 27,11-14.24-26).
Tra la pietra sul monte delle beatitudini, all’inizio, e il trono della sua gloria, alla fine, c’è quindi un terzo luogo dove Gesù si siede.
Tra la poesia delle beatitudini e la sentenza inappellabile emessa dal trono della sua gloria, c’è il mistero del Figlio di Dio che rimane in silenzio sulla croce.

 

Croce che racconta non solo la storia drammatica del Figlio di Dio, ma anche quella complicata e tormentata dei figli dell’uomo.
Il cammino di ogni essere umano sulla terra (non solo quello del credente) è un sentiero stretto e difficile, lungo il quale spesso si sperimenta il fallimento.
Ma chi, in questo complicato cammino della vita, per quanto malvagio, non ha compiuto almeno una volta un gesto di pietà, non ha provato un sentimento di compassione?
E chi, nella propria debolezza, almeno una volta non ha tentato di rialzarsi, di riprovare e di ricominciare dopo l’ennesimo fallimento?
Agli occhi del Dio che si è rivelato a Israele come misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà (Es 34,6) un solo atto di misericordia o il tentativo di ‘riprovare comunque’, non dovrebbero bastare per riscattare una vita intera?
E Gesù, che ha rivelato il volto del Padre (Gv 1,18), non ha aperto le porte della salvezza a Zaccheo che gli aveva aperto le porte della sua casa (Lc 19,1-10), non ha promesso il paradiso a un ladro crocefisso accanto a lui che aveva chiesto solo la grazia di un ricordo (Lc 23,42-43)?

 

In ogni caso, è con la scena del giudizio finale che Gesù prese congedo dalle folle.
E con questa scena dobbiamo fare i conti anche noi che desideriamo seguire il Cristo. 
Alla fine, davanti al trono della sua gloria la verità di ogni esistenza sarà portata alla luce e sarà per tutti, buoni e cattivi, santi e peccatori, una sorpresa.
E forse anche noi sapremo dire solamente: Quando mai, Signore?
Come pieno di domande è il mistero della vita umana e il mistero di Dio, così, forse, sarà una domanda anche la nostra ultima parola.

 

L’idea di un mondo ordinato che separa perfettamente il bene dal male, i santi dai peccatori, tranquillizza chi si colloca d’ufficio dalla parte del gregge degli eletti, chi evita di farsi troppe domande e pretende di sostituirsi a Dio, sedendo sul trono della Sua gloria.
Ma come può una fede così monolitica sopportare la complessità della vita con le sue contraddizioni e i suoi paradossi?
Per molti questa “fede semplice” – e la “moralità semplice” che ne deriva – entra profondamente in crisi quando si scontra con ciò che presto o tardi la sfida, vale a dire la complessità di certe situazioni di vita e l’impossibilità di scegliere, tra le molte soluzioni possibili, una soluzione che non comporti un “ma” di qualche genere (Tomáš Halìk).

 

Come insegnano i maestri, ciò che accadrà sopra il cielo è un affare che riguarda Dio.
Invece, per quanto riguarda ciò che avviene sotto il cielo e ci riguarda, noi abbiamo Mosè e i profeti – come insegna Gesù (Lc 16,29-31). Abbiamo la sua Parola e non ci serve nient’altro in questa vita per continuare il nostro cammino dietro un Messia che ci consola con le sue beatitudini, un Figlio dell’uomo che ci sorprenderà con il suo giudizio finale, dietro il Re che ci salva con lo scandalo della croce (1Cor 1,23).

 

Forse il silenzio di Dio, che è così terribile per l’uomo gettato nel baratro della sua peccaminosità e della sua angoscia, non è di chi tace perché non c’è, o di chi tace perché abbandona, ma di chi tace perché piange, e tace appunto per piangere.
(Luigi Pareyson)